Non si placa in Brasile il fiume di letame, che si riversa, quasi quotidianamente, sulla persona di Inácio Lula da Silva, il Grande Vecchio, figura carismatica del PT (Partido dos Trabalhadores). Presidente dal 2003 al 2011, promotore delle più importanti riforme sociali a favore degli emarginati brasiliani, quali Fome Zero e Bolsa Familia, è nel mirino di magistrati, come Sergio Moro, il Di Pietro locale, e politici che attendono pazienti il suo cadavere sfilare davanti ai loro piedi. Lula è stato rinviato a giudizio con l’accusa di aver accettato tangenti per oltre un milione di dollari nell’ambito del caso Petrobras. Alcuni degli effetti collaterali della Tangentopoli brasiliana colpiscono proprio quei programmi che Lula ha creato, anche se, per ora, il presidente ad interim Michel Temer ha assunto un atteggiamento pragmatico, adeguando all’inflazione i finanziamenti per Bolsa Familia, ma restringendo in contemporanea l’accesso a tali sussidi.

I politici petisti (del PT) stanno passando per i capri espiatori della corruzione, problema che in realtà coinvolge tutti i partiti dell’arco parlamentare, nessuno escluso. E ora il capo storico, Lula, sta pagando lo scotto più alto, dopo che Dilma Rousseff è fuori dai giochi, destituita il 31 agosto.

Lo schema di corruzione planilha de propinas (piano di tangenti) ideato da Marcelo Odebrecht, l’ex Ceo della multinazionale omonima brasiliana, costruzioni e petrolchimico, condannato a marzo a 19 anni di galera per oltre 30 milioni in dollari di mazzette, indicava l’ex ministro PT italo-brasiliano Antonio Palocci, in carcere anche lui da settembre, come “o italiano” mentre la denominazione “amigo de meu pai”, l’amico di mio padre, sarebbe attribuita proprio a Lula.

Dal mio punto di vista però questa indagine sull’ex presidente non sembra molto credibile: è parte della maxi-inchiesta sul più grande lavaggio di denaro sporco (Lava Jato per l’appunto) in Brasile, che vede la fonte principale soprattutto nel gruppo statale petrolifero Petrobras.

Secondo l’avvocato di Lula, tale inchiesta, iniziata nel 2008, non ha prodotto in 8 anni uno straccio di prova contro Lula, e sarebbe stata ampiamente strumentalizzata dall’opposizione, il cui leader più prestigioso, il social-democratico Aécio Neves, sembra ora coglierne il frutto più prelibato, la presidenza federale, dando per scontato a breve termine il periodo del mandato provvisorio di Temer, e la vittoria del PSDB, già sfiorata nel 2014, alle prossime presidenziali. Intanto però, alle amministrative di Rio, vince proprio il PMDB di Temer.

Dopo la destituzione della Rousseff, la Borsa brasiliana è schizzata in alto, trainata dall’entusiasmo di uno degli uomini più potenti di Sao Paulo, Paulo Skaf, che preme ora per un taglio drastico sui sussidi governativi a Bolsa Familia. Tale programma di sostentamento per oltre 50 milioni di poveracci, voluto fortemente da Lula, in questa orgia di lotta per il potere, e di stillicidio di denaro sottratto ai contribuenti, sembra destinato a una fine imminente. Temer prende però tempo: ha adeguato BF all’inflazione, che in Brasile ha rialzato la testa negli ultimi anni, con un aumento dei prezzi al consumo dal 2007, pari a circa il 50%.

D’altra parte, il mostruoso deficit statale, 170 miliardi di R$ (reais), la spesa pubblica che incide per il 40% sul PIB (Producto Interno Bruto, il nostro Pil), il crollo verticale del petrolio e la corruzione di cui sopra sono fattori decisivi per i tagli, data l’improbabilità di applicare una patrimoniale sui ceti alti, in questo particolare clima politico. Un film già visto e sperimentato in Italia, sulla pelle di pensionati e redditi fissi, depauperati dalla Premiata Ditta Monti & Fornero.

Per bilanciare l’adeguamento, Temer sta cambiando le regole d’accesso al programma con controlli incrociati sul reddito effettivo dei richiedenti, cercando di stringere la malha fina (la maglia fine del filtro, ndr) che dovrebbe selezionare gli effettivi bisognosi. Se il decreto Temer sarà approvato, il ricorso alla Bolsa Familia sarà permesso solo a coloro ritenuti degni dei nuovi parametri di valutazione. Le famiglie “elette” potranno ottenere i benefici solo per due volte consecutive (al momento sono tre) e il Cpf (il codice fiscale brasiliano) sarà applicato anche ai neonati per evitare che la stessa persona sia contata due volte, con famiglie differenti.

Il tetto minimo per entrare nel programma è di 170 R$, una cifra ridicola, neanche sufficiente per la sopravvivenza, l’equivalente di 50 euro circa. La soglia di tolleranza per due anni è il salario minimo mensile di R$ 880, 250 euro, se lavora un solo membro della famiglia. Una volta superato, il beneficiario è fuori.

Conclusioni

La caduta in atto del socialismo atipico sud-americano, incarnato dal lulismo in Brasile, bolivarismo in Venezuela e peronismo in Argentina, non è causata solo dalla recessione economica ma anche, e soprattutto, dalla mediocrità di chi ha raccolto la pesante eredità del rispettivo mentore e predecessore. Che siano Dilma Rousseff, Nicolás Maduro o Cristina Fernández de Kirchner, tutti hanno malamente interpretato la modernizzazione inevitabile di un percorso storico, lasciando spazio a corruzione, derive autoritarie e indebitamento statale e privato fuori controllo. Aprendo così un’autostrada ai sostenitori del liberismo economico sfrenato del nuovo presidente argentino Mauricio Macri e ai suoi corrispettivi “in pectore” quali Aécio Neves in Brasile e uno qualunque dei leader dell’opposizione al governo chavista in Venezuela.

Un monito a Correa, che è alla fine del suo mandato in Ecuador (febbraio 2017) e a Evo Morales in Bolivia, il quale invece ha tempo fino al 2019, per preparare un successore all’altezza, onde preservare quel poco che resta di un socialismo equo, all’interno di un sistema democratico: un modello che sopravvive in queste due nazioni, dovendo ancora valutare in Uruguay, quanto José Mujica, forse il leader più umile e generoso della storia sud-americana (sembra donasse l’80% del suo stipendio ai poveri) possa essere emulato dal suo successore, Tabaré Vàzquez, capo di governo dal 2015.