di Raoul Ruberti per Crampi Sportivi

La Juventus vince a Lione, il Napoli cade in casa contro il Besiktas, due esiti non scontati ma neppure così improbabili. Nel turno infrasettimanale di Champions League la differenza apparsa tra le due squadre è stata nella loro capacità di elaborare versioni differenti di sé a partire da situazioni nuove, imprevisti, regali. E da prestazioni di squadra non all’altezza, entrambe, delle parole ambiziose con le quali in estate era stata approcciata la coppa dalle grandi orecchie.

La Juventus è emersa da una trasferta in cui la sua manovra è rimasta a lungo bloccata, da un’avversaria ben lucchettata e dalla poca scioltezza nel tentare di scardinarla. In un incontro in cui Higuain – acquistato per sfide come questa – ha fatto benino ma non benissimo, Dybala ha deluso, Dani Alves idem e il centrocampo ha funzionato poco, è Gigi Buffon che ha permesso alla Juventus di non cadere dal filo per i novanta minuti di camminata in precario equilibrio. Il “Superman” bianconero ha ricordato perché nessuno si permette di ridere, quando i suoi tifosi lo invocano pallone d’oro: un rigore parato a Lacazette, gol negati a Fekir e Tolisso in modi che neppure le GIF saranno in grado di spiegare appieno. Così, quando Lemina è stato espulso per doppia ammonizione, la Juventus era ancora viva e la partita è girata. Allegri ha cambia poco nonostante l’inferiorità numerica, mentre il Lione è stato costretto a prendere in mano la situazione e nella metà campo francese si sono iniziati a scorgere tanti, minuscoli interstizi. Le mille occasioni da gol che non erano bastate contro il Siviglia non ci sono state, ma la vittoria è arrivata in un altro modo, da una non occasione: un tiro del subentrato Cuadrado, inventato dal nulla e finito a fil di primo palo, da quella posizione defilata dalla quale menti meno pazze della sua mettono palla in mezzo e via.

“E via” era anche un po’ ciò che avrebbe voluto dire il Napoli alla fine della sua sfida. Priva di Milik e in cerca di riscatto dopo la sconfitta interna con la Roma, la squadra di Sarri voleva vincere davanti al proprio pubblico, per riprendersi. Per scacciare via tutto di queste tre settimane, nere come il fumo di qualcosa che ha bruciato sul fornello ma non è la fine, basta aprire la finestra e ricominciare a cucinare. Vincere contro il Besiktas, in caso di altro pareggio tra terza e quarta concorrente, avrebbe significato qualificarsi agli ottavi di Champions League con tre giornate d’anticipo: assurdo e storico. Invece è finita due a tre, e c’è ancora da sudare. E a farla finire due a tre – tanto per aggiungere amarezza all’amarezza già aggiunta – ci ha pensato un altro centravanti, Aboubakar. Il contributo dei partenopei però non è stato da poco. Reina ha messo in scena un paio di erroracci, e metri avanti a lui Jorginho e Hysaj sembrano essere in uno stato di salute fisica che li mette in condizione di giocare male. Sostituire gli uomini sul fronte offensivo senza aggiustare le direttive tattiche, inoltre, non può essere una scelta vincente: Gabbiadini continua ad essere trattato come rimpiazzo-di, una sorta di caso umano, mentre guardarlo “spogliato” degli abiti altrui che si è tentato di mettergli addosso potrebbe dare molto di più. Mertens avrebbe dovuto ricoprire il ruolo di falso nueve, di fatto è sembrato intrappolato in una scelta di mezzo. Di opportunità il Napoli ne ha avute, con loro ma non solo, però ne ha capitalizzate troppo poche. Meno di quante sarebbero servite a rendere vano, invece che beffardo, il gol finale dei turchi.

I gironi sono soltanto all’inizio, e da qui alla fine ci sarà spazio per applicare le lezioni di questa settimana di metà ottobre. Per il Napoli si tratterà di imparare, quando viene a mancare quello su cui contava, a gestire al meglio ciò che ancora ha. Per la Juventus, di nuovo nel gioco degli opposti, bisognerà applicarsi per imporsi il martedì europeo con la stessa calma con cui lo fa la domenica italiana. Senza aspettarsi che qualcosa venga a mancare e scuota la gara, e iniziando a scuoterla da sé.