Dalla bocca fuori uscendo
lo schiamazzo va crescendo
prende forza a poco a poco,
vola già di loco in loco;
sembra il tuono, la tempesta
che nel sen della foresta
va fischiando, brontolando
e ti fa d’orror gelar.

(Rossini-Sterbini, 1816)

Il sindaco di Livorno Filippo Nogarin ha comunicato su Facebook di aver “scoperto” di essere indagato anche per abuso d’ufficio nell’inchiesta sull’Aamps, l’azienda municipalizzata per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti. Così, ha detto, ha rispettato le regole del Movimento Cinque Stelle. In quelle righe Nogarin, forse per distrazione o magari per stanchezza, si è dimenticato di rispettare altre regole. In quel messaggio, infatti, nessuno ha trovato le scuse al giornale della sua città, il Tirreno, magari anche a nome del Movimento che gli ha dato la possibilità di indossare la fascia tricolore e del quale è diventato un simbolo a livello nazionale.

E’ stato infatti il Tirreno che, a maggio, ha dato la notizia del fatto che al sindaco fosse contestata non solo la violazione della legge fallimentare (cioè la bancarotta fraudolenta pre-fallimentare), ma anche l’abuso d’ufficio. Quanto al falso in bilancio, la spiegazione dell’eventuale equivoco era già stata scritta qui.

Una notizia raccolta da giornalisti, che si sono fidati di fonti evidentemente attendibili. A loro volta i vertici del giornale si sono fidati dei loro cronisti e – legittimamente – quel giorno ci hanno aperto la prima pagina perché era la notizia più importante di quel giorno in quella città. I giornali funzionano così in tutto il mondo.

Non c’era dietro la Spectre, né i complotti della finanza mondiale: c’era il lavoro – se si vuole anche banale – che centinaia di giornalisti in tutta Italia fanno tutti i giorni. Un lavoro dal quale poi la politica si abbevera per le sue liti da cortile di campagna. Quando i partiti fanno a gara a chi ha più o meno indagati è perché ci sono i giornali che scrivono delle inchieste, non perché i partiti lo scoprono andando a guardare sotto a un cavolo.

All’indomani della pubblicazione della notizia, invece, il blog di Beppe Grillo, a nome del Movimento Cinque Stelle, scrisse che il Tirreno era la riprova del fatto che l’Italia fosse al 77esimo posto nel mondo per libertà di stampa, che – in quanto di proprietà del gruppo Espresso “dell’ingegnere De Benedetti tessera numero 1 del Pd” – non faceva più giornalismo, che “pubblica falsità”, che si è ridotto “a gazzetta piddina”, che era la “nuova frontiera” del “ridicolo”, che fa un giornalismo “senza dignità”, anzi che “non è più giornalismo”, che era “tutto falso”, che era “diffamazione di regime” e che quindi non andava finanziata una tale “disinformazione”. In un post scriptum si minacciavano “richieste di risarcimento danni” alle altre testate che “senza neanche verificare le fonti hanno pubblicato la notizia come fosse vera”. Tra quelle testate c’era anche ilfattoquotidiano.it che da fonti proprie ricevette alcune vaghezze e alcune conferme.

Le sicurezze presunte del M5s si basavano allora sul fatto che nell’avviso di garanzia ricevuto dal sindaco c’era solo un reato, la bancarotta. Ma non voleva dire niente, perché la Procura (se non obbligata dal codice di procedura penale) ha diritto di mettere in un avviso di garanzia qualcosa e qualcos’altro no. E nel 2016 nemmeno ci si può sorprendere del fatto che i giornali scrivano che qualcuno è indagato molto prima che l’indagato lo sappia ufficialmente (il vituperato “circuito mediatico-giudiziario”, come lo chiamerebbe uno come Cicchitto), perché è soprattutto su questo che si è consumato il principale scontro tra politica e giornali dell’era berlusconiana e prima ancora del crepuscolo di quella craxiana.

Quell’articoletto di maggio del blog di Grillo, come sempre, fu rilanciato su Twitter, accendendo gli entusiasmi dei simpatizzanti grazie all’hashtag #IoNonComproIlTirreno.

Tra coloro che usarono quell’hashtag, quel giorno, ci fu anche il sindaco di Livorno, Filippo Nogarin che in sostanza invitò i propri concittadini a non comprare il principale giornale della città, dove non lavorano De Benedetti né il Pd, ma decine di persone che fanno il proprio mestiere.

Il Tirreno, come tutti i giornali – compreso ilfattoquotidiano.it –, può sbagliare. I giornali a volte ingigantiscono quando non dovrebbero, rimpiccioliscono quando non dovrebbero. Ma ai giornali si possono mandare smentite (quando si è sicuri di ciò che si dice), si possono mandare rettifiche e precisazioni, dei giornali si possono ignorare le domande e i giornali si possono querelare quando hanno scritto (davvero) il falso.

Sul fastidio dei lettori-elettori-tifosi quando leggono notizie che non piacciono loro ha già scritto tempo fa Peter Gomez. E sui rischi di una diffidenza (che diventa disprezzo, che diventa discriminazione) di vertici e base M5s nei confronti dell’informazione ha già scritto sul suo blog Giuseppe Pipitone.

E se c’è una cosa certa, oggi, è che il Tirreno in questo caso non ha sbagliato perché aveva scritto una cosa vera. Hanno sbagliato Nogarin a twittare quell’hashtag e il M5s a scrivere quella roba sul blog, che rappresenta tutto il Movimento. Parole che per un granello contribuiscono – quelle sì – al 77esimo posto nel mondo dell’Italia per libertà di stampa, che non è dovuto solo a editori impuri, ma anche agli episodi di giornali e cronisti dileggiati, insultati, offesi, molestati della politica (di sinistra, di destra, di sopra, di sotto).

Il sindaco di Livorno non può fare finta di dimenticarsi di aver scritto quelle cose – dopo 5 mesi -, come se non fosse mai accaduto nulla, come se davvero comunicasse una novità che da 5 mesi è il segreto di Pulcinella. Non può pretendere che la verità diventi tale solo quando la dice lui. Perché vorrebbe dire essere come “gli altri”, come direbbero i cinquestelle. “Smemorati” come Renzi che sul Ponte sullo Stretto nel giro di pochi anni prima dice una cosa e poi un’altra sperando che nessuno si ricordi. O come Berlusconi che smentiva ogni sua frase due minuti dopo nonostante chilometri di nastri di registrazione.

Qui non c’entra il merito dell’inchiesta, della quale ilfatto.it ha peraltro scritto in lungo e in largo. Nogarin ha più volte difeso le decisioni che ha preso per l’azienda dei rifiuti e che ora sono finite per essere indagate dalla Procura. E’ un suo diritto. E’ previsto dalla legge anche che i magistrati possano chiedere di archiviare tutte le accuse, come di chiedere un processo. E’ un diritto del sindaco anche di governare finché vuole. La Costituzione glielo permette. I suoi problemi principali non sono certo quelli giudiziari, piuttosto quelli politici di un governo di una delle città più grandi della Toscana (compito che fa tremare i polsi) che tra qualche settimana arriverà a metà mandato.

Un errore del genere, per il furore giovanile (del sindaco e del M5s), ci sta. Ma è un errore che può servire a far crescere l’intero Movimento, a capire come instaurare il rapporto con i giornali, a Livorno come a Roma o altrove. Rispettarli finché fanno il proprio mestiere, smentirli quando si è nella posizione di farlo, non rispondere loro quando non è il caso. Querelarli quando c’è qualcosa di sbagliato. Altrimenti diventa tutto circo, tutto zoo.

Se l’indagine sul sindaco sarà archiviata, Nogarin può stare certo che i giornali lo scriveranno così come hanno scritto delle assoluzioni di Vincenzo De Luca, Roberto Cota, Ignazio Marino o delle 116 archiviazioni di Mafia Capitale o ancora della possibile archiviazione dell’assessore all’Ambiente del Comune di Roma Paola Muraro. I giornali scrivono delle inchieste, delle archiviazioni, delle condanne e delle assoluzioni. Anzi, nel caso di Nogarin, è probabile che il primo a sapere e a scrivere di cosa accadrà a quell’inchiesta sarà proprio il Tirreno. Sarà sgradevole, per chi non compra più il Tirreno, non sapere che Nogarin è stato ritenuto innocente.

P.s. Nel vortice adrenalinico tra politici e suoi sostenitori inciampò anche il presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti Enzo Iacopino. Anche lui aprì Twitter e scrisse: “Scrivere bufale, su sindaco Livorno o altri, non è solo reato penale ma grave violazione codice deontologico”. Iacopino scrisse “o altri”, ma non parlava in generale visto che il destinatario era l’utente “Movimento 5 Stelle”, cioè l’account ufficiale del M5s. A Iacopino si può perdonare la svista sul “reato penale” (come insegnano ai corsi dell’Ordine, infatti, non esistono reati non penali), un po’ meno quella perdita di controllo della frizione: parlare di bufale non sapendo niente sulla solidità dei pezzi dei colleghi del Tirreno. Anche lui potrebbe mandare almeno un messaggino – con le scuse – ai suoi colleghi di Livorno.