Al 15′ del secondo tempo, quando il carneade Ferhan Hasani ha trafitto per la seconda volta in due minuti Gigi Buffon, Giampiero Ventura ha tremato in panchina. Il suo ruolo da ct, il progetto di una nuova Italia che così faticosamente è stato avviato negli ultimi due mesi, ha rischiato di essere messo in discussione per colpa di una sconfitta in Macedonia. Poi c’è stata la reazione e una vittoria allo scadere anche esaltante se non fosse arrivata contro un avversario così modesto, che occupa il 146esimo posto nel ranking Fifa e negli ultimi due anni ha vinto appena due partite (contro Azerbaijan e Montenegro). Poteva essere una “Corea”, insomma: una di quelle debacle che entrano in negativo nella storia del calcio italiano. Ma il punto è proprio questo: anche se lo fosse stata, non sarebbe stata una tragedia. Dare fiducia ai giovani significa permettere loro di sbagliare. Insistere, senza fare marcia indietro e rimpiangere la vecchia guardia alle prime difficoltà. Che sicuramente ci sono state e ci saranno ancora.

Ieri la giovane Italia di Ventura (sei undicesimi della formazione titolare erano nati negli anni Novanta) ha sofferto tanto, troppo. Ma non ha perso. È riuscita con carattere e fortuna a venire a capo di una partita molto più complicata del dovuto. Nessun entusiasmo, per carità: la squadra ha giocato male, ha commesso errori macroscopici e mostrato ancora preoccupanti segnali di disequilibrio tattico. Ma forse non è un caso che a salvarla siano stati i gol di due ragazzi che non fanno 50 anni messi insieme. Andrea Belotti e Ciro Immobile, chiamati a prendere in mano l’attacco azzurro dopo l’allontanamento di Graziano Pellè. Ecco, ben venga la cacciata del centravanti salentino, se è il simbolo di un passaggio di consegne tra la vecchia e la nuova Italia: non tanto per le frasi irriguardose rivolte al ct, solo un pretesto per far fuori un giocatore poco amato dai tifosi (si è visto e sentito molto di peggio), quanto per distaccarsi da tutto ciò che è stato fino a pochi mesi fa. Pellè è stato uno dei protagonisti, nel bene e nel male, di Euro 2016, volto più rappresentativo della nazionale di Conte, che fortemente l’aveva voluto. È il momento di lasciarsi alle spalle il suo ricordo, paragone troppo ingombrante per Ventura, modello anche impossibile da copiare perché frutto di un congiuntura particolare (la trance agonistica degli Europei) e le indiscutibili doti di leadership dell’ormai allenatore del Chelsea.

Basta Pellè, ma anche basta Eder. Forse basta De Rossi e vecchia guardia, sicuramente basta difesa a tre e l’idea della squadra operaia che col sudore e la fatica deve compensare il gap tecnico con le altre big del continente. I giovani di talento ci sono: Belotti e Immobile, Berardi, Insigne e Verratti, ma anche Bernardeschi, Benassi, Romagnoli, Rugani, Donnarumma. E c’è pure un ct che ha fatto le sue fortune sulla valorizzazione dei ragazzi. Dopo queste prime tre gare da due vittorie ed un pareggio, l’Italia ha messo in cascina punti importanti che dovrebbero blindare almeno il secondo posto e gli spareggi, obiettivo minimo ma anche l’unico veramente realistico di queste qualificazioni (neanche la miglior Italia di Conte sarebbe stata sicura di arrivare davanti alla Spagna). Scavallato l’ostacolo dell’avvio (a novembre ci attende il poco temibile Lichtenstein), adesso Ventura sia semplicemente se stesso: torni ad essere “mister Libidine”, abbandoni le vecchie impostazioni per puntare sul suo 4-2-4 e sui giovani. Sbaglieranno, certo. Ma cresceranno. E magari nascerà una nuova Italia, forse anche più forte di quella precedente.

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