Ciao Cipollino, stavolta fai quasi piangere. Massimo Boldi si racconta in Le mie tre vite – Ridere, piangere, ricominciare (Piemme), libro biografico, “confessione a cuore aperto”, e forse, come nemmeno nell’interpretazione di Franco Melis in Festival di Pupi Avati, più che strapparci una risata ci fa rigare il viso da una lacrima. Il Boldi intimo, privato, quello tutto casa, famiglia e fede. Un lungo srotolare di eventi e radici parentali più che professionali, le angosce, i dolori, gli strappi che la vita impone e tutto, perfino la cacca e le scorregge dei “cinepanettoni”, assume una dimensione più amara e paradossalmente vitale. Si parte proprio da lì, dall’ “illusione del mondo dello spettacolo”. Altro che talent, spiega Boldi, per diventare cabarettisti, comici, clown, giullari delle masse ci vuole fortuna ma anche tanta sana “gavetta”. Eccole allora le tre vite invece che sette del micione Massimo: la prima fino alla morte del padre nel 1964, la seconda fino alla morte dell’amata moglie Marisa nel 2004, e l’ultima quella della rinascita che prorompe nella dimensione “social” dell’oggi con un Boldi attivissimo su Facebook, Twitter e perfino Instagram.

Scorrono le polaroid della memoria di quando “il peperino” aveva il ciuffo moro e suonava la batteria accompagnando Ricky Gianco, Carmen Villani e perfino Gino Paoli all’apice del successo. Poi la fucina folle e delicatissima del Derby Club di Milano, prima come batterista serale integrato alle consegne diurne delle merendine Motta; infine commediante davanti ai tamburi in coppia con Teo Teocoli e a far da spalla a Cochi e Renato. Nume tutelare: Enzo Jannacci. Figura mefitica: Paolo Villaggio. Boldi recupera i ricordi che da fine anni sessanta sprofondano nei suoi magnifici settanta. Quando assieme a Ponzoni e Pozzetto subisce l’ostracismo della Carrà che non lo vuole a Canzonissima ’74, e lui urla comunque in scena una battuta in diretta nazionale che fa sganasciare ancora dal ridere (“Ciao bella gioia, arriva Vigorone che prepara il minestrone”). Quando incontra Christian De Sica (“più rotondetto di oggi”) nel 1972 e nemmeno si immagina che fonderanno il genere più prolifico del cinema italiano post ’89.

Quando Bettino Craxi, assiduo frequentatore del cabaret milanese fa conoscere a lui e Teocoli il non ancora cavalier Berlusconi che già firma loro contratti da 150mila al giorno per gli sketch su TeleMilano e Antenna 3, al posto delle 15mila a sera del Bongio e signora Angela al Derby. La spensieratezza del comico Boldi non può che iniziare lì dove si cerca il piacere di una risata di massa. Solo che le pagine di Le mie tre vite – Ridere, piangere, ricominciare, curate assieme alla figlia Marta, mostrano la ta-ta-ta-tachiardia boldiana che costella molte ire funeste e tante incertezze lavorative dovute ad una umanissima voglia di successo e di apparire. La storia di Fantastico ‘87 con Celentano che lo vuole in Rai per lo show esclusivo del sabato sera, e lui che in Fininvest si sente parcheggiato e poco sfruttato, è esemplare. Boldi non era soltanto il Max Cipollino che sbatteva la cornetta del telefono dicendo “Va beeeenee!”, o il Severino Cicerchia detto lo scorreggione nel Ragazzo di Campagna al cinema, ma anche una sorta di normalissimo inferiore della fabbrica del padrone che per non pagare una penale di oltre due miliardi al Biscione per averlo tradito con la Rai, dialoga con il Cavaliere – momento esilarante e fantozziano nel libro – e si concede gratis in ospitate su Canale 5 fino ad aver esaurito il debito.

Insomma, gioie ma anche tanti, tantissimi dolori. Proprio quando la formula casuale dei “cinepanettoni” diventa ultrapopolare, la moglie Marisa si ammala di cancro. L’odissea è tragica e disperata, raccontata in modo lucido e commovente. C’è qualcosa, un click, un foglio nero che improvvisamente oscura la vista e la vita, e che non permette a Cipollino di tornare a quella spensieratezza dei settanta. Dirgli che si vede anche nelle gag dei cinepanettoni, poi magari si arrabbia, ma è così. La lotta con la malattia prima sembra vinta, poi torna ad essere persa e dura dieci anni. Inutile che nel libro ci siano i racconti di Dustin Hoffman che dietro le quinte di Scherzi a parte gli dice “sei l’ultimo vero comico del cinema”; che con De Sica conquistino il David di Donatello per aver portato al cinema oltre 50 milioni di italiani. Massimo già da metà anni novanta, e definitivamente dal 2005 in avanti, almeno secondo quello che dal libro si evince, è un’altra persona. Tra l’altro è qui che si spiega, una volta per tutte, l’affaire della separazione da De Sica e dalla Filmauro di De Laurentiis. Dopo la morte di Marisa, Boldi vuole intraprendere un cambiamento esistenziale generale. Così il primo passo è il mancato rinnovo del contratto con quell’ “Aurelio” che lo aveva allevato nelle commedie cinematografiche di successo anni ottanta (citiamo pure Yuppies perché tornerà di moda), ma soprattutto “non c’è mai stata nessuna lite con Christian De Sica”, anzi “se mi propongono un bel progetto con lui sarebbe un’occasione da prendere al volo”.

La “terza vita” di Boldi, quella del nuovo genere comico al cinema con la sua casa di produzione Mari Film srl e il filone dei “matrimoni” al posto delle “vacanze”, o quello di Un ciclone in famiglia in tv, è appunto l’ultimo Boldi possibile: malinconico, triste, una maschera affranta che prova a far sorridere ma che sembra il primo a non crederci più. Comunque “the show nust go on”. Ci sono ancora i sogni nel cassetto di un settantunenne che non la vuole dare vinta al destino. Su tutti un film con De Niro, uno spettacolo teatrale tutto suo e l’utopia di uno sconosciuto cinefilo: aprire una grande multisala. Squaraus permettendo.