“Volevo che la mia forza e la voglia di vivere arrivassero a tutti coloro che si sottopongono alla chemioterapia. Non tutti hanno come me la fortuna di avere tantissimi amici che li sostengono. Ci sono persone sole, e c’è chi si rifugia nella depressione, chi smette di lottare. Guarire si può, ma deve esserci soprattutto la nostra volontà a sconfiggere il male e arrivare vincitori alla meta. È difficile, lo so, ma possiamo e dobbiamo provarci”. Sono parole di lotta e di speranza quelle usate dalla giornalista Rita Fantozzi per raccontare la sua battaglia contro il cancro. Un anno di chemioterapia, di stravolgimenti e di sofferenze, ma anche di analisi e di incrollabile attaccamento all’esistenza, che ha voluto riportare nel libro Malata di vita (Imprimatur, pp. 180, euro 16).

Purtroppo Rita non è riuscita a vincere questa battaglia: è morta l’8 maggio 2016, ad appena 47 anni, lasciando però, nel libro uscito postumo, la testimonianza del suo duello serrato contro il male. Una donna preparata e tenace la Fantozzi, che aveva conosciuto il successo lavorativo prima come redattrice dell’Adnkronos, poi come portavoce di Gianfranco Fini e capo ufficio stampa di AN e PDL. Nell’aprile del 2015 la sua vita era cambiata: le avevano diagnosticato un tumore al pancreas, con metastasi nello stomaco, al fegato e ai polmoni. Da quel momento era iniziato un lungo percorso di lotta contro quelli che lei chiamava “gli inquilini morosi” che occupavano “illegalmente” il suo corpo.

Ho giurato a me stessa che niente e nessuno mi avrebbe mai tolto il sorriso, la voglia di scherzare, anche nei momenti peggiori le mie labbra non sarebbero mai state serrate e i miei occhi non si sarebbero più riempiti di lacrime, ma solo di amore. Non era facile, ma volevo provarci” ha scritto nel suo libro. Nonostante lo sconforto iniziale e la terapia aggressiva, con i suoi numerosi effetti collaterali, Rita ha fatto di tutto per vivere il suo travaglio con serenità, accerchiando e deridendo il male, sostenuta dalla sua famiglia, dagli amici e dallo staff di medici e infermieri del Campus Bio-Medico di Roma che l’accudivano. “Mi ero imposta di pensare sempre positivo e di aiutare i medici con il mio atteggiamento disinvolto” ha riportato nelle pagine di Malata di vita. “Volevo vivere a tutti costi, per questo avrei lottato con ogni mezzo per riprendere le mie abitudini e le mie passioni”.

E in effetti ci era riuscita: dopo pochi mesi di cure la malattia era regredita. Gli “inquilini morosi” avevano cominciato a fare le valigie e le sue condizioni di salute miglioravano di giorno in giorno. Era tornata a lavorare, a ritmi meno serrati di prima, ma con la passione di sempre. La malattia aveva cambiato le sue priorità: “Prima c’era solo il lavoro. Vita annullata. Ora me la stavo riprendendo e non volevo più mollarla”. Era partita di nuovo per i Caraibi, dove l’anno prima aveva trascorso un capodanno memorabile, decidendo di riempire suoi giorni solamente di amore. Ma “il cancro è subdolo, non gioca mai a carte scoperte” diceva. E alla fine non le ha dato scampo. Prima di andarsene, però, la giornalista ha lasciato indicazioni precise: il suo libro doveva vedere a tutti i costi la luce e i diritti d’autore destinati alla creazione di una Banca della parrucca. Sì, perché anche lei aveva vissuto il dramma della perdita dei capelli come effetto collaterale delle pesanti cure a cui l’avevano sottoposta. Non era stato semplice abbandonare i suoi amati ricci, ma aveva trovato la forza di affrontare anche questa prova. “Ho indossato la mia parrucca stile Audrey Hepburn e ho visto davanti a me un’altra Rita” ha scritto a proposito.

Non è stato facile abituarmi all’idea di avere un corpo estraneo sulla testa, ma ogni volta che la mettevo cercavo di convincermi che ero ancora una donna affascinante e che c’era qualcuno che si poteva innamorare di me”. Una parrucca può arrivare a costare anche duemila euro e non sempre è nelle possibilità economiche dei malati e delle loro famiglie. Durante le cure, Rita si era confrontata con altri pazienti, aveva ascoltato le loro storie, avvertito le difficoltà. Così, prima di andarsene, ha pensato a un’iniziativa utile ad alleviare gli effetti collaterali del cancro, sia dal punto di vista psicologico che economico. Proprio da una sua idea è nato il progetto Wigs&Care Fund o semplicemente Banca della parrucca, promosso dal Campus Bio-Medico di Roma, un fondo che punta a offrire un servizio di consulenza a tutti i malati, attivando parrucchieri e centri specializzati con possibilità di sconti e facilitazioni. Ma soprattutto il progetto punta ad andare incontro alle persone che hanno difficoltà economiche, a cui vuole offrire una “boutique virtuale” gestita dallo staff medico-infermieristico e da volontari. Non un negozio, ma uno spazio adibito alla conservazione delle parrucche in cui i pazienti potranno sceglierne una da utilizzare gratuitamente. Una volta terminato il percorso di cura, la parrucca verrà restituita per poi essere sistemata, igienizzata e inserita nuovamente in “boutique” per un’altra persona. Sia aziende che privati avranno la possibilità di sostenere l’iniziativa con donazioni in natura, cioè parrucche o accessori come foulard e trucchi, o in denaro. Come ha scelto di fare Rita nella sua ultima prova di coraggio, amore e umanità.