La notizia arriva dal National Institute of Population and Social Security Research giapponese, che ha recentemente campionato la fauna maschile e femminile tra i 18 e i 34 anni: il 42% degli uomini e il 44,2% delle donne ha ammesso di essere vergine. Non solo: il 70% degli scapoli e il 60% delle nubili non ha neanche l’ombra di una relazione in corso. Di questi, un onesto 30% nemmeno la vuole.  E se da un lato single è bello, dall’altro il governo nipponico è discretamente allarmato per quella che sembra essere non tanto un’ondata di scarsa fertilità quanto la conferma di una sempre più dilagante tendenza all’apatia sessuale. L’incremento delle nascite è tra i principali obiettivi del primo ministro Shinzo Abe, che tra ampliamento degli asili e supporto alle cure neonatali si prefigge di portare il tasso di fertilità dall’attuale 1,4% a un 1,8% entro il 2025.

E pensare che i giapponesi, per liberarsi dalla trappola dell’indifferenza erotico-affettiva, hanno provato di tutto: dai corsi di arte nudista per familiarizzare con un “vero” corpo femminile, agli Host and Hostess bar in cui si paga per intavolare conversazioni, al servizio di deflorazione online per 35enni divenute impazienti. Tentativi ormai vani nel Paese con la popolazione più vecchia al mondo, dove un quarto degli abitanti ha superato i 65 anni e oltre 60mila individui sono ultracentenari. Il che trascina l’aspetto relazionale nel baratro della sostenibilità sociale: le spese pensionistiche e sanitarie aumenteranno, senza che vi sia un’adeguata forza lavoro giovane e fresca a sostenerle e far girare l’intera economia.

Le ragioni per le quali l’assenza di rapporti umani rischia di diventare tipica come il sumo e gli uramaki sono molteplici. Prima fra tutte, lo stile di vita. Chi ci vive racconta che, dato il numero spropositato di ore lavorative cui il nipponico medio si sottopone, sposarsi finirebbe col tradursi, per l’uomo, nel mantenere una donna con la quale non ha tempo di condividere nulla, e per la donna in una servitù eterna fatta di cene lasciate nel microonde, colletti inamidati e tremenda solitudine. I ventenni d’oggi sono cresciuti in contesti simili, e non è illogico pensare che non fremano dalla voglia di replicare la scena.

In secondo luogo, c’è la prostituzione. Dimentichiamo il candore leggendario delle geishe e l’intensità delle loro memorie: il sesso, in Giappone, è una commodity. Qualcosa che si può comprare e vendere in base alle proprie necessità, spesso al prezzo di un pasto decente. Una legge contro la prostituzione, in teoria, c’è. Ma eluderla è parecchio facile, dato che non prevede particolari penalità e che confina il reato al verificarsi dell’eiaculazione. Tutto il resto (ma alla fine anche quella) è perfettamente legale: i quartieri a luci rosse – come Kabukicho a Tokyo – fioccano, popolati da curiosi centri di massaggi, saloni a tema, vetrine voyeuristiche e persino servizi di insaponamento. Senza contare che a molti basta qualche manga o un cartone animato per adulti, che sollevano anche da quel fastidioso onere del contatto umano.

E infatti, al terzo posto, c’è la mentalità. Di ispirazione robotica e totalmente votata all’efficienza: fai ciò che ti viene detto di fare, non mettere in discussione gli ordini, non partorire idee fuori dagli schemi, non parlare con gli sconosciuti. Il contatto umano è concepibile solo se definito dai rispettivi ruoli: boss e dipendente, impiegato e cliente, cameriere e tavolo 12. Qualcosa, insomma, che sia governato da più o meno tacite regole, di cui ci sia un precedente e di cui si conosca ogni possibile conseguenza.

Ultimo ma non ultimo, l’atmosfera. Il Giappone non è sempre stato così: negli anni ’80 era in pieno boom economico, la disoccupazione viaggiava su un ridicolo 5%, tutti lavoravano, tutti spendevano e nessuno si faceva problemi ad avere rapporti prima del matrimonio. Poi succede che il dollaro scende e lo yen sale, i prodotti giapponesi non sono più competitivi, il governo prova a rimediare ma innesca gravi speculazioni, la crescita rallenta e si entra in quella fase che gli economisti definiscono di stagnazione. Lo stato d’animo degli abitanti, inevitabilmente, vi si adegua.
In realtà, la stagnazione tocca anche l’Italia. Ma dato che l’apatia sessuale è forse l’unico problema sociale che mai tangerà il Bel Paese, viene da chiedere ad Abe se gli servano un paio di campagne di comunicazione sulla fertilità, che a noi avanzano.

Di Federica Colli Vignarelli