In una recente intervista a Rai 3, andata in onda il 12 settembre 2016, il prof. Tommaso Nannicini, attualmente sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ha chiarito che l’ipotesi di ricalcolo contributivo delle pensioni retributive, che è ricorrentemente caldeggiata con forza dal presidente dell’Inps Tito Boeri e che lo stesso Nannicini aveva in origine sostenuto in vari articoli su LaVoce.info scritti a quattro mani con Boeri, è stato accantonato dal governo.

Le motivazioni che Nannicini ha addotto a questa decisione sono assai sensate (“Devi stare molto attento. A volte rischi di tagliare pensioni alte, ma legate a una storia contributiva forte […] rischi di tagliare pensioni alte ma meritate oppure di toccare pensioni che sono generose rispetto ai contributi versati, ma sono basse […] il rischio di mettere le mani nelle tasche sbagliate è grosso. Abbiamo deciso di fermarci”) e in parte erano già state da lui (e Da Boeri) adombrate già nel 2013.

In effetti che alcune (quante? Molte?) delle pensioni calcolate con metodo retributivo siano inferiori a quanto giustificato dai contributi versati è un fatto conosciuto ed è pregevole che Nannicini evidenzi con chiarezza i rischi di iniquità impliciti in interventi non supportati da analisi di dati certi e individuali (per ciascun pensionato); il che, poi, era esattamente quanto in tempi non sospetti, cercai di spiegare a un Renzi non ancora Presidente del Consiglio che fece orecchie da mercante.

L’approccio di Nannicini, con taglio previdenziale ragionevolmente corretto, sembrerebbe imboccare una strada più equa, ma il rischio è che, se non si cambia rotta anche in altre azioni intraprese o in corso, l’iniquità anziché diminuire aumenti.

Nello specifico intendo riferirmi ai numerosi interventi fatti sulle pensioni più alte o attualmente in corso. Ne sono due esempi lampanti i contributi di solidarietà in essere, dei quali la Corte Costituzionale con decisione a mio avviso improvvida, discutibile e debolmente giustificata ha decretato la costituzionalità e l’applicazione molto parziale della sentenza della Corte sul blocco della perequazione delle pensioni.

In entrambi i casi i prelievi sulle pensioni più alte sono basati unicamente sul quantum degli assegni percepiti e, fatalmente, mettono le mani anche nelle tasche sbagliate, riducendo le prestazioni sia alle pensioni che godono di privilegi retributivi che a quelle che sono corrette o, peggio inferiori al dovuto. La logica conseguenza del ragionamento di Nannicini dovrebbe essere di proporre che tali misure vengano cancellate con effetto immediato perché esse sono persino più inique di un intervento di ricalcolo basato su ipotesi non sufficientemente verificate, in quanto gli elementi che sconsigliano il ricalcolo “approssimativo” sono tanto e ancor più validi per sconsigliare tagli che del ricalcolo non hanno nulla.

D’altra parte, qualsiasi prelievo basato solo sull’entità del reddito ha una inerente natura fiscale (checché voglia dirne la Consulta e nonostante la furbizia di Letta nell’avere dichiarato la destinazione del gettito del contributo di solidarietà come interna al sistema previdenziale) e, dove venga confinato a una sola categoria di percettori (i pensionati in questo caso specifico), non può che essere iniquo.

In assenza di commenti critici su quelle due misure, la pregevole intervista di Nannicini non tranquillizza perché nel segnalare una possibile distorsione da evitare non ne stigmatizza altre peggiori (perché più arbitrarie) e già in essere. In sostanza un passo nella direzione giusta, ma non un cammino completo.