Chissà perché le anime belle pronte a stracciarsi le vesti e a lanciare lunghi e dolorosi ululati di indignazione per ogni violazione del sacrosanto diritto alla libertà di espressione tacciono come tombe quando vengono violati i diritti di questo tipo degli operai Fiat o Fca che dir si voglia. Quasi che si trattasse di una riserva di caccia privata, di una sorta di isola sottratta alle leggi di carattere universale dove regna e domina Sua Maestà Marchionne, grande elettore e sostenitore di Renzi, un vero pilastro dell’economia nazionale tanto è vero che si sforza in tutti i modi di pagare meno tasse possibile, progressivamente delocalizzando all’estero tutte le principali attività di un’azienda a vantaggio della quale i governi hanno investito nel corso dei decenni somme enormi e operato scelte politiche di ogni genere.

Ma oggi, si sa, la classe operaia non conta più nulla ed è un autentico disvalore culturale. Molto lontani i tempi in cui un attore allora sulla cresta dell’onda come Gian Maria Volonté, si faceva fermare dalla polizia mentre manifestava a favore degli operai della Coca Cola. Ce lo vedete qualcuno di quelli di oggi che fa una cosa del genere? Io no.

La concezione dominante è quella che vede in effetti l’impresa privata come un’area sottratta alla vigenza dei principi elementari di democrazia, ivi compresa la libertà d’espressione. In questo caso ci troviamo di fronte a sentenze fortemente criticabili che hanno affermato che il comportamento degli operai metteva a nocumento gli interessi morali della società Fca. In effetti si trattava di una satira molto forte che intendeva criticare la presunta morale, in realtà inesistente, di una società che mette il proprio profitto di fronte ai diritti dei suoi lavoratori, fino a spingerne vari al suicidio. Da qui la scelta di impiccare il manichino con le fattezze di Marchionne suicidatosi per la tristezza conseguente al suicidio dei suoi dipendenti. In realtà è opinabile che Marchionne possa provare sentimenti del genere. Inoltre non è suscettibile di critiche quasi che si trattasse di una divinità in terra. Almeno secondo i giudici che hanno ritenuto la legittimità dei licenziamenti.  La libertà di satira sembra essere diventata una sorta di tabù dei nostri tempi; si può far satira su tutto, anche sulle vittime del terremoto. Ma non su Sua Maestà Marchionne.

Va invece appoggiato l’appello promosso in difesa dei licenziati e firmato da vari artisti, politici e intellettuali. In esso leggiamo fra l’altro quanto segue: “La vicenda dei lavoratori della Fca di Pomigliano, licenziati per aver inscenato al di fuori del luogo e dell’orario di lavoro il suicidio di un Marchionne angustiato per i lavoratori che si sono tolti la vita dopo il licenziamento, proprio per la crudezza dei toni, mette drammaticamente in chiaro quanto sta accadendo nel nostro paese. Le recenti riforme del mondo del lavoro hanno modificato le relazioni tra lavoratori e datori di lavoro, indebolendo le tutele dei primi a favore dei secondi. Allo stesso modo è cambiato radicalmente anche il diritto del lavoro. Con esiti che rischiano di incidere sul più generale godimento dei diritti di espressione e di critica sanciti dall’articolo 21 della Costituzione, e di annullare le tutele di quell’autonomia e libertà di critica che sono i prerequisiti di qualsiasi relazione sindacale”.

Ci troviamo di fronte a un autentico governo dei padroni. Negli anni Settanta questo era uno slogan che in buona misura rispondeva a verità, ma ben diverso era lo stile dei vari governanti democristiani o socialisti. Questo governo rappresenta la traduzione brutale e senza mediazioni degli interessi di classe della nostra mediocre borghesia imprenditoriale dipendente in moltissimi casi da fondi e sussidi pubblici. Basta leggere l’elenco delle persone che dichiarano la loro incondizionata fiducia a Renzi in un recente appello, o leggere le prese di posizione a favore del referendum del capo della Confindustria, che annuncia mobilitazioni dei suoi aderenti, o dello stesso Marchionne.

Un abbraccio mortifero che non fa bene né al governo, né alle imprese. E che soprattutto non fa bene al popolo italiano e alla classe operaia del nostro Paese, costretta a ingoiare tacendo lo sfruttamento e cui sono negati anche elementari diritti alla libera espressione del pensiero, a conferma del fatto che il legame fra capitalismo e libertà costituisce null’altro che meschina propaganda, smentita ogni giorno dalla realtà delle cose. Un motivo di più per votare “No” al referendum e continuare a mobilitarsi in difesa di elementari diritti di libertà, anche e soprattutto se sono negati a chi produce materialmente la ricchezza del nostro Paese.