Il continente africano sta subendo un processo sempre più complesso di mobilità umana. I media sono giustamente concentrati sui flussi migratori che raggiungono il continente europeo compresa la nostra penisola ma poco attenti alla migrazione orizzontale derivante soprattutto dal caos libico, dall’avanzata del terrorismo jihadista e una serie di fattori climatici. Ci sono flussi migratori interregionali che riprendono le antiche rotte transahariane precoloniali che collegavano l’Africa Subsahariana occidentale con il Maghreb e la penisola arabica.

Il concetto di mobilità umana è fondamentale per comprendere le strutture politiche, economiche e sociali dell’Africa Subsahariana. E’ assolutamente difficile comprendere le forme di livelihood – mezzi e possibilità di accesso alle risorse per il proprio sostentamento e sviluppo – di larghi settori della popolazione africana senza prendere in considerazione le loro esperienze di mobilità sul territorio.  La maggior parte delle varie forme di mobilità umana sono parte integrante dei sistemi di vita, sostentamento e sviluppo delle persone in Africa Subsahariana.

In molte società del continente l’anomalia è “non essere mobile” piuttosto che il contrario. Ogni anno sono centinaia le persone che purtroppo muoiono nel tentativo di superare il deserto del Sahara, in un traffico legale e illegale che tra i maggiori centri annovera la località di Agadez in Niger, dalla quale il percorso si biforca verso le oasi di Tamanrasset in Algeria e Sebha in territorio libico.

Flussi importanti di migranti provenienti dai paesi del Sahel, dal golfo di Guinea, dall’Africa centrale, attraversano il Sahara per arrivare nel Nordafrica. I modelli di mobilità umana sul territorio sono ora in via di cambiamento: stanno aumentando i complessi flussi tra un contesto rurale e un altro, e stanno decisamente incrementando dinamiche migratorie tra i centri urbani e le campagne, la cosiddetta “migrazione di ritorno”.

Sono sicuramente cresciuti i flussi trans-continentali (ad es. verso l’Europa). Ne sa qualcosa soprattutto l’Italia. L’unità di bandiera dell’operazione Sophia, la portaeromobili Giuseppe Garibaldi, è intervenuta in 11 operazioni di soccorso, salvando circa 1067 migranti. A seguito delle attività condotte dalle navi e gli aerei dell’operazione Eunavfor Med sono 87 i sospetti trafficanti arrestati e 263 le imbarcazioni rimosse dalle disponibilità delle organizzazioni criminali.

Sono inoltre più di 24800 le vite umane salvate direttamente dalle navi dell’operazione Sophia. Nel prorogare il mandato fino al 27 luglio 2017, il Consiglio ha inoltre rafforzato il mandato dell’operazione aggiungendo due compiti di supporto: la formazione della Guardia Costiera e della Marina libica e il contributo all’attuazione dell’embargo dell’Onu sulle armi in alto mare al largo delle coste libiche.