La tragedia di Rocco. Pur scrivendo del Festival di Venezia edizione numero 73, nulla c’entra Luchino Visconti. Stiamo invece parlando del re del porno Siffredi Rocco da Ortona. Protagonista, vestito e nudo, in azione e a riposo, di un elaborato documentario presentato alle Giornate degli Autori – Venice Days 2016, diretto dai francesi Thierry Demaziere e Alban Teurlai, intitolato senza mezzi termini: Rocco. Molto tormento e poca estasi, parecchia lacerazione e pochissima joie de vivre,

Siffredi esplorato e sovraesposto fino ad oggi da mille interviste in rete, in radio, su giornali e riviste, perfino in un reality dentro casa sua, o su Le Monde con il pene in vista, aggiunge ancora un tassello, sfiorato nel passato, ma in questo documentario colto nel suo nucleo essenziale: il senso di colpa per il demone del sesso. Quanto Siffredi abbia elaborato questa costante disperazione esistenziale magari con qualche seduta dall’analista non lo sappiamo. Quello che invece è certo è che il duo Demaziere/Teurlai ha saputo cogliere la necessità di una “poetizzazione” screziata di un mai stigmatizzato sporco pornografico, come dell’abisso siffrediano che si apre dietro ogni threesome o partner sodomizzata e spinta con la testa dentro a un water.

Los Angeles, Parigi, Budapest, Viterbo, scorrono le immagini di Rocco – il film – e valicano il mondo globale del porno, mostrando giovani attrici alle prime armi terribilmente impaurite dal set, e altre altrettanto giovanissime che lo popolano su terrazzi californiani e open space ungheresi con disinvoltura acrobatica e socializzante. Rocco – l’attore, l’uomo – è un corpo eterno che concede debolezze, un maschio alfa che non abdica il vertice della piramide darwiniana con semplicità, un pene eretto che oscilla come il batacchio di un campanile facendo rimbombare suono e potenza della dominazione sessuale come fosse il giorno del giudizio e del godimento assoluto. Eppure Rocco la sua dimensione pubblica non l’ha mai vissuta bene. C’è un rimosso che è come una corda che lo trascina verso un crepaccio dell’essere, un cuore di tenebra che sconfina nell’autopenetrazione. Una forma conclamata di “sesso dipendenza” che ha richiesto cure e “disintossicazione” e che ancora oggi non riesce ad escludere l’immortalità della performance pornografica. Lo spiega Siffredi nel documentario parlando del recente periodo buio, quando non aveva più freni ed inibizioni: “Il sesso mi ha devastato. Andavo con chiunque: puttane, trans, signore anziane, ma appena iniziavamo l’atto mi apparivano il viso dei miei figli e mia moglie”.

“La sessualità mi ha attratto come un’amante, ma mi ha anche fatto smarrire in territori complessi”, spiega Siffredi dal lungomare del Lido dopo aver ricordato la situazione non proprio agiata della sua famiglia quando era piccolo, e l’intento “di usare l’uccello” per aiutarli con i soldi guadagnati e renderli felici. “Questo agio sociale, il riconoscimento che arriva da 30 anni di pornografia esige una sofferenza di fondo, lo so. Ancora quando vado su un set porno mi sento in colpa nei confronti di mia moglie”. Il problema è chiaramente insolubile, ma l’esposizione di Demaziere/Teurlai è sicuramente affascinante e convincente, attraverso scelte narrative dove si mescolano spontanee tranche de vie (sublime il dietro le quinte di questi set porno agilissimi, con tanto di elogio alle colleghe finito il “lavoro”) a qualche piccolo ritocco artificioso soprattutto nella costruzione di un’atmosfera plumbea che permea il perenne disagio siffrediano. “Rocco ha un evidente dimensione analoga al Cristo”, spiegano i due documentaristi. “È crocifisso al corpo delle donne e soffre a causa di quello che gli dà da vivere. Porta il fardello dell’uomo moderno che deve e vuole essere tutto allo stesso tempo: stallone, uomo d’affari, sex symbol, marito, padre di famiglia, figlio affettuoso. Lui, simbolo del maschio dominatore, asserisce di fatto di essere dominato dalle donne, schiavo dei loro desideri”.