Un giorno, in occasione di un 25 aprile di qualche anno fa, intervistai alla radio Teresa Vergalli, che oggi a quasi novanta anni affida le proprie riflessioni a un blog. Non si scordano facilmente le parole di una donna che a sedici anni era già una staffetta partigiana e percorreva su e giù le strade dell’Emilia Romagna facendosi veicolo di quei messaggi senza i quali la storia avrebbe potuto forse prendere un’altra direzione. Più di tutti gli altri, uno dei suoi racconti è rimasto impresso nella mia memoria.

Teresa Vergalli mi parlò delle sue compagne di allora che ebbero meno fortuna di lei e che vennero brutalmente torturate dai nazisti. Me le citò per nome una a una. Mi raccontò della sua amica cui tagliarono i seni prima di cospargere di sale grosso quelle atroci ferite. E mi raccontò del loro silenzio. Il silenzio che per sempre, per tutti gli anni a venire, avrebbe da parte loro avvolto quei tragici episodi. Quelle donne non seppero mai più parlare delle torture subite. Non le rivelarono neanche ai loro mariti, mi disse Teresa Vergalli, che pure molto spesso erano stati dei partigiani anche loro.

Subire tortura non significa che ti hanno menato, che ti hanno riempito di botte, che ti hanno preso a sputi. Subire tortura significa che hanno annientato la tua personalità, che hanno distrutto la tua identità di essere umano, che hanno annullato ogni cosa in te che era parte della tua dignità di persona, impedendoti così di avere ancora parole in bocca da utilizzare e riducendoti al silenzio. Il silenzio della tortura. Contro un crimine estremo è il titolo del bel libro di Marina Lalatta Costerbosa recentemente uscito per la casa editrice Derive Approdi.

Il silenzio della tortura è molteplice, la avvolge secondo tante declinazioni. Quella delle vittime, quella delle giovani partigiane come di altre vittime silenziose che purtroppo mi è capitato di incrociare nei miei molti anni di attivismo in ambiente carcerario, è solo una di esse. Poi c’è, ad esempio, il silenzio dell’occultamento ufficiale, la “condizione di diffuso nascondimento delle torture illegali nel mondo e di mistificazione di supplizi reali, presentati il più delle volte come ‘interrogatori’ singolarmente duri e cruenti o come detenzioni severe ed eccezionali”, come scrive Lalatta Costerbosa. A questo silenzio non è estraneo il nostro paese: “L’Italia con il suo reiterato diniego a legiferare in materia e a definire univocamente la tortura come fattispecie penale appare di tale silenzio un paradigma”.

Un altro dei silenzi che ruotano attorno alla tortura è quello custodito dagli spazi, dalle mura, dai soffitti dove essa viene praticata. I rumori della tortura devono restare inascoltati. “Un detenuto non si massacra in sezione, si massacra sotto”, diceva un poliziotto penitenziario nella registrazione audio che uscì dal carcere di Teramo alcuni anni or sono e fece il giro di tutti i giornali. In sezione si sente il rumore delle percosse, si sentono le urla. Il “sotto” garantisce il silenzio. Le celle di isolamento in alcuni istituti sono “sotto”. L’isolamento disciplinare, la punizione che viene inflitta a un detenuto quando – spesso senza offrirgli troppe possibilità di spiegarsi e difendersi – viene deciso che ha tenuto un comportamento inadeguato, alle volte viene scontato “sotto”. L’isolamento può custodire il silenzio di cui la tortura vive.

La storia, anche quella italiana, purtroppo ci ha offerto episodi in tal senso. È questo uno dei motivi per cui Antigone ha di recente lanciato la campagna “Non isoliamo i diritti”, volta a ridurre al minimo l’utilizzo dell’isolamento in carcere. Un altro motivo risiede nella devastazione psicologica cui l’isolamento può condurre, arrivando a spingere fino a gesti estremi persone – soprattutto i più giovani – che certo non hanno la tempra di efferati criminali e che potevano facilmente venire recuperati alla società. Ne abbiamo purtroppo prodotto un lungo elenco a margine della nostra campagna. Non isoliamo i diritti, dunque. E smontiamo a uno a uno ogni silenzio dal crimine estremo della tortura. Il disegno di legge oggi fermo al Senato che vorrebbe modificare l’ordinamento penitenziario si faccia carico di riformare le regole sull’isolamento. E il parlamento ricominci presto a discutere l’introduzione del reato di tortura nel nostro codice.