Mi è stato chiesto già da tempo di scrivere un blog sul tema della critica, visto che l’attività di attacco e denigrazione reciproca è uno sport internazionale molto frequentato sui giornali, nelle televisioni e nei social.

Ho imparato, in realtà, che le critiche sono le migliori opportunità di evoluzione, meglio ancora se offensive, cioè in grado di colpire la sensibilità di chi le riceve: nessuno infatti può offenderti se tu non glielo permetti, perché ogni offesa è né più né meno che l’opinione di una singola persona, che, in quanto tale, non potrebbe offenderti a meno che non tocchi un tuo valore o un tuo punto critico.

Dunque le critiche offensive sono le migliori perché rivelano a te stesso e offrono una splendida occasione per integrare ciò che di te ancora non conosci o per accrescere la coscienza di te.

Come soleva dire Stefano D’Anna, solo quando ti criticheranno o ti ridicolizzeranno saprai di essere a buon punto.

Tuttavia ci può volere del tempo per capire perché mai si dovrebbe ringraziare una critica offensiva.

Quando accade, eureka!, l’offesa non esiste più e hai solo una gran voglia di comunicare la tua scoperta.

D’altronde le critiche sono anche un normale e inevitabile fenomeno che coinvolge chi ha il coraggio di esporsi, con un progetto, con la propria creatività, o semplicemente pensando con la propria testa.

Nel contraddittorio, in quello intelligente quantomeno, c’è anche il germe della libertà che ci rende unici, irripetibili e al tempo stesso tutti uguali.

Nel tempo ho imparato a lasciare che sia lo stato di flusso a guidare ciò che scrivo e ciò che dico. Un lungo e costante lavoro di ricerca interiore, di penetrazione delle coltri mentali fino alle immagini dell’anima ha fatto sì che io imparassi a scomparire, come insegnano, con il concetto della disidentificazione i grandi maestri dell’Oriente, Krishnamurti, Nisargadatta Maharaj, come spiego nella quarta parte del mio ultimo libro ‘Anatomia della coscienza quantica‘.

Tat tvam asi (in sanscrito, ndr), quello tu sei, prima di ogni altro titolo, qualità, attributo, definizione. Anche prima di ogni critica.

Per questo non ho niente da aggiungere a nessun giudizio, perché sono consapevole della inesistenza di qualsiasi giudizio su di me o sugli altri.

La critica è tale solo se risuona con una parte di noi con la quale siamo ancora identificati.

La critica colpisce solo chi si giudica e giudica a sua volta e viene espressa solo da chi si giudica e giudica a sua volta.

Tra criticato e criticante, tra chi critica e chi si offende per la critica non c’è differenza.

Giocano lo stesso gioco, sulla scacchiera della mancanza di autostima.

Sono entrambi portatori di un potente giudizio interiore e di una costante insicurezza e paura dell’errore.

A volte gli “attestati di disistima” con cui le persone intorno a noi ci condizionano la vita sono davvero forti, e, se glielo permettiamo, possono condizionare la nostra esistenza e il rapporto con noi stessi.

È possibile evitare che questo accada in primis considerando che, appunto, una critica ferisce solo chi glielo permette,  e glielo permette chi è “in guerra” con parti del proprio carattere che in fondo è il primo a ritenere sbagliate e di cui non è consapevole, come insegna Il concetto junghiano di ombra. Chi subisce la critica in realtà è il primo a mettersi sotto giudizio e in fondo in fondo è d’accordo con la critica che gli viene fatta.

Oltretutto, molto di frequente, chi patisce le critiche è a sua volta una persona che dentro di sé critica gli altri, anche duramente.

E veniamo agli autori delle critiche, quelli che puntualizzano tutto, che non chiudono mai la polemica, autori di commenti sarcastici e spesso gratuitamente provocatori, persone che sembrano sempre pronte alla guerra verbale,e la creano dal nulla con relativi followers che gli fanno eco.

Questi individui hanno dentro di sé una criticità più generale verso l’esterno, sono già per così dire “carichi”, arrabbiati, irritati, insoddisfatti, sospettosi, “a priori”. Si comportano come chi ha subito un torto, è stato tradito o deluso nel passato e dunque è sempre in atteggiamento agguerrito, pronto a reagire.

L’atteggiamento polemico dal punto di vista della psicologia dinamica viene correlato a un vissuto dell’infanzia che, magari rimosso, ha generato profonda e rivendicativa rabbia, come carenza d’amore, umiliazioni, mancato riconoscimento o ingiustizie subite.

Per questo basta poco per innescare una discussione e aprire un conflitto, perché c’è un torto più o meno inconscio da riparare che risuona.

Più in generale l’atteggiamento ipercritico nasconde in fondo una grande insoddisfazione per la propria vita.

Chi vive uno stato di felicità interiore non sente alcuna necessità di fare polemica, giudicare e confliggere.

Ha una propria vita interiore, interessi, passioni, su cui preferisce di gran lunga concentrarsi e non ha tempo da perdere in giudizi.

Criticato e ipercritico trovano l’uno nell’altro uno specchio potente del giudizio e della frustrazione che abita ancora in loro e possono iniziare proprio grazie all’osservazione di questo meccanismo a trasformare tutta l’energia che mettono in questa dinamica in energia libera per creare finalmente la propria vita come vogliono, invece che usare il tempo che hanno a disposizione per giudicare.

Chi si sentisse offeso per il post… a questo punto si ritenga fortunato.