Esattamente cinquanta anni fa il rock viveva una seconda rinascita. Lo stesso accadeva per il pop. Il 5 agosto 1966 i Beatles danno alle stampe il loro album Revolver, e nulla sarà più come prima. Questo lavoro, infatti, cambierà, almeno per quel che concerne la musica leggera, quasi tutte le carte in tavola. Si può serenamente parlare di un pre-Revolver e di un post-Revolver, come capita molto di rado, nella storia e nella musica.

Di cosa stiamo parlando?

revolverRevolver, uscito mezzo secolo fa, e già prima Rubber Soul, uscito nel 1965, segnano il definitivo saluto alla fase puramente pop e leggera dei Fab Four. Da quel momento in poi entrano in scena aspetti sperimentali, legati a viaggi reali, spirituali e mentali che porteranno i Beatles verso una evoluzione e poi verso l’esplosione definitiva di Let it be. Da una parte ci sono suoni nuovi, provenienti in prevalenza dall’oriente, che si tratti del sitar o delle tabla, dall’altra un interessamento a quanto stava capitando in America, specie nella West Coast, quindi i suoni acustici, quasi folk, dei Byrds di Gene Clark, le commistioni corali e armoniche di Brian Wilson e dei suoi Beach Boys. In mezzo una vera e propria folgorazione per il suono proveniente da Detroit, e nello specifico dalla Motown. Quindi soul, tanto soul, con Otis Redding in testa.

Non è possibile guardare a tutto questo senza tenere però conto di altri due fondamentali elementi. Da una parte i viaggi spirituali che guardavano a oriente, quindi, ma anche quelli trascendentali che guardano alla California, e a Berkley nello specifico. Non ci sarebbe stato Revolver, e prima di lui Rubber Soul, che di Revolver può essere legittimamente considerato un capitolo uno, se non ci fosse stato il lavoro di sperimentazione sull’LSD di Timothy Leary, con le sue teorie rivoluzionarie e se non ci fosse stato un abbondante uso di marijuana da parte dei quattro di Liverpool. Liverpool che, e questo è un altro aspetto fondamentale per capire in cosa Revolver è stato così rivoluzionario come lavoro, è sempre più lontana.

Questo lavoro, infatti, è più che mai un lavoro legato allo studio di registrazione, quindi a Abbey Road, e a George Martin, prodigioso produttore che, in compagnia dei quattro, ha vissuto lo studio non più solo come un luogo dove suonare e incidere musica, ma anche dove intraprendere un viaggio nei suoni, osando laddove nessuno aveva osato prima. Del resto, ma questa è forse più leggenda che storia, Revolver sarebbe dovuto essere registrato a Detroit, proprio negli studi della Motown, e in seconda battuta in quelli di Memphis della Stax. Scartate entrambe queste soluzioni, i Beatles optarono ancora una volta per gli studi della Emi, a Abbey Road, e qui andarono a usare per la prima volta un nuovo metodo di sovraincisione, l’Automatic Double Tracking, che consentì loro di usare molte più tracce di quante non fosse possibile prima, usarono loop e compressori come non aveva fatto prima nessuno, provarono a cantare usando amplificatori per filtrare le voci, invece che collegando direttamente i microfoni ai mixer, lo stesso fecero per il basso e per i microfoni delle pelli della batteria. Insomma, sperimentarono anche nelle incisioni, oltre che nella scrittura. Il risultato è un album che suonò all’epoca davvero nuovo e di rottura, e che suona attuale ancora oggi, che metaforicamente si trova a soffiare su cinquanta candeline. Le canzoni, poi, sono i capolavori che tutti conosciamo, Eleonor Rigby in testa. Notevoli sono le influenze sia del jazz, con questo reiterato utilizzo di scale modali in quasi tutti i brani, quanto della musica classica contemporanea del secondo novecento. Noto è il legame tra Paul McCartney e Luciano Berio, con cui ebbe modo di collaborare. Pop e rock, quindi, ma con ambizioni a entrare nella musica colta, nella musica seria.

Il settimo album dei Beatles in studio, quindi, è un po’ un punto di non ritorno per il rock e il pop come lo conoscevamo prima, e volendo anche per quello che intorno al rock e al pop gira e girava. Sarà infatti la prima volta che i brani di una band così popolare verranno accompagnati da quelli che poi chiameremo videoclip, usanza già presente, attraverso i film musicali (da noi noti come musicarelli), ma che da Revolver cominciano a assumere una loro forma autonoma. A questa esperienza seguiranno quelle ancora più estreme di Sgt.Pepper’s Lovely Hearts Club Band, del cosiddetto White Album, di Abbey Road e del finale Let it be.

In questa occasione verranno sperimentati anche testi, dal politicizzatissimo Taxman, di Harrison, con cui si apre il tutto, a quelli totalmente mistici, come Tomorrow Never Knows, con in mezzo i tanti pezzi in cui si fa cenno alla cultura psichedelica, da She Said She Said a Doctor Robert. Nell’album è contenuta anche la canzone che Paul McCartney considera da sempre la sua migliore composizione, Here, There and Everywhere.

Insomma, primo album psichedelico. Primo album che usa lo studio in maniera diversa da prima, non più come mera sala di incisione. Primo album in cui si fanno convergere diverse influenze, da quelle orientali a quelle soul, passando per quelle folk. Primo album in cui spiritualità, politica e droghe hanno un peso molto alto. Primo album in cui i Beatles fanno sul serio e non si limitano più a scrivere hit leggere. Sono passati cinquanta anni. In genere uno comincia ad avere un po’ di acciacchi, la pancetta, un po’ di calvizie, le rughe, difficoltà a leggere da vicino, Revolver è invece un ragazzino scattante e pronto a lasciarci al palo, oggi come allora. Uno degli album più importanti di sempre, non solo nella discografia dei Bealtes (che è tutta molto importante). Come festeggiarlo? Prendendosi un po’ di tempo per ascoltarlo e, se abbiamo in casa dei bambini o dei ragazzini che non lo conoscono, raccontandoglielo e facendoglielo sentire. Tanti auguri, Revolver, cento di questi anni.