“Se dovesse continuare l’inchiesta su mio figlio potrebbero essere a rischio le relazioni con l’Italia”. “Se non verrà estradato Gulen le relazioni con gli Usa potrebbero cambiare profondamente”. “Se non verranno aboliti i visti per i cittadini turchi che si recano in Europa potrà saltare l’accordo sui migranti tra l’Ue e la Turchia.”

Erdogan detta legge a 360°: all’Italia che, secondo il sultano, dovrebbe occuparsi della lotta alla mafia e non dell’accusa di riciclaggio rivolte a suo figlio, agli Usa che dovrebbero consegnargli il suo ex sodale oggi principale oppositore Fethullah Gulen magari per poterlo condannare alla pena capitale, all’Ue che non spalanca le porte al suo Paese. Le leggi non contano, l’innocenza e la colpevolezza non sono verità da documentare davanti ai giudici, gli accordi internazionali sono carta straccia.

Non è la prima volta nella Storia contemporanea che un capo di Stato usa simili toni arroganti e minacciosi, sostenuti dalla certezza del suo potere assoluto in patria e dalla convinzione dell’arrendevolezza altrui; e quando tale convinzione si è mostrata corretta la realtà ci ha riservato tragedie storiche.

Anche in questa occasione l’Ue, gli Usa e l’Italia, ognuno per quanto di propria competenza, sembrano abbozzare; rispondono ora con un tono di voce alto e sorpreso, ora con parole più miti invocando l’attenuante della reazione allo scampato pericolo del colpo di Stato.

La miopia dell’Occidente

Il comportamento delle potenze occidentali appare miope, motivato da un’ipotetica ragione di Stato in nome della quale vengono sacrificati diritti e principi e viene anche posto a forte rischio il nostro futuro prossimo.

I segnali della trasformazione autoritaria in atto in Turchia erano da tempo sotto gli occhi di tutti: dalla repressione del maggio 2013 contro i giovani che difendevano Gezi Park che si concluse con nove morti, alla distruzione di interi villaggi curdi, all’arresto dei dirigenti e parlamentari dell’Hdp, (il partito democratico della sinistra turca e dei curdi), all’arresto dei giornalisti che avevano documentato il rifornimento di armi da Ankara verso l’Isis e dei tanti professori universitari colpevoli di aver firmato un appello in difesa della libertà d’espressione.

I segnali erano evidenti ma Bruxelles taceva: non sentiva il dovere di dichiarare definitivamente chiuse le trattative per l’entrata della Turchia in Europa per manifesta incompatibilità della candidata con l’acquis comunitario, i principi fondatori e con la Carta dei diritti dell’Ue. Anzi, l’Ue accreditava (come già avvenuto in passato con altri regimi autoritari in Africa) Erdogan come partner al quale affidare il trattenimento, e quindi la privazione di libertà, delle moltitudini di disperati che fuggono dalla Siria e dalle zone di guerra. Opera questa compiuta con solerzia attraverso torture di ogni genere, verso donne, uomini e bambini.

Non diversamente si sono comportati gli Usa che non hanno mai fatto mancare il loro sostegno economico e militare ad Ankara (individuandola come pedina fondamentale della Nato) fingendo di non vedere come parte di quegli armamenti finissero proprio nelle mani dell’Isis.

Le vittime abbandonate a se stesse

Tutto questo appare ancora più inaccettabile se si pensa che da quindici anni gli Usa e i suoi alleati occidentali hanno giustificato guerre di ogni tipo con la necessità di “esportare la democrazia”. Quella stessa democrazia che viene ignorata, calpestata e derisa quando si tratta di sostenere un dittatore come al Sisi, di fare accordi con un regime come quello saudita, di mantenere buone relazioni con un despota come Erdogan, solo per citare i fatti più recenti.

Ed ognuna di queste scelte trasforma i nostri governi in co-carnefici delle tante vittime dei nostri alleati: le decine di migliaia di perseguitati, desparecidos e assassinati come Giulio Regeni in Egitto, la condizione di vita di milioni di donne in Arabia Saudita, le decine di migliaia di arrestati e le migliaia e migliaia di profughi in Turchia. Vittime che in alcuni casi guardavano proprio verso l’Occidente e verso l’Ue in cerca di un sostegno e che sono stati abbandonati al loro destino: dai giovani dal Gezi Park alle primavere arabe del 2010/2011.

Di queste scelte oggi tutti noi ne paghiamo le conseguenze, e certamente non ne abbiamo acquistato in sicurezza, in un Mediterraneo le cui sponde oggi sono in gran parte affollate di dittatori, di gruppi jihadisti, e costellate di guerre combattute su tutti i fronti con armi prodotte e spesso consegnate ai belligeranti proprio dai nostri “alleati”, quando non direttamente dei nostri governi e dalle nostre industrie di armamenti.

La nostra “sicurezza”

L’Ue dovrebbe dichiarare definitivamente e solennemente chiuso il dossier per l’entrata della Turchia in Europa, decaduto l’accordo sui migranti e quindi cancellati i conseguenti finanziamenti alla Turchia. Così come l’Italia dovrebbe richiamare l’ambasciatore dall’Egitto, congelare le relazioni diplomatiche e rivedere gli accordi commerciali che, in questo mondo dominato dal mercato, sono il vero principio guida della politica.

Chi, tra i nostri concittadini, pensa che la difesa dei diritti altrui non sia affar suo, si fermi almeno a riflettere: cedere oggi, continuare a essere accondiscendenti verso dittatori e regimi autoritari alle nostre porte, può forse salvare nell’immediato qualche contratto e qualche investimento economico, ma certamente non contribuisce a costruire un futuro più sicuro per tutti noi.