Tasche piene, palinsesti vuoti. Le tasche piene sono quelle dei dirigenti, grazie ai loro stipendi a 5 zeri, i palinsesti sono quelli che siamo costretti a sorbirci d’estate. Dalle parti di viale Mazzini, i capoccia Rai d’estate vanno in letargo, anche se ci raccontano la storiella che “si lavora per la prossima stagione televisiva”. Ecco, la stagione su cui puntare è sempre la prossima, soprattutto tra la fine giugno e l’inizio di settembre. In mezzo, un buco nero fatto di repliche di fiction che già in prima visione erano inguardabili, cerimonie di premi in diretta da piazze più o meno importanti che altro non sono che i soliti marchettoni alle Aziende di promozione turistica delle Regioni, qualche filmaccio che negli altri periodi dell’anno ci si vergogna a mandare in onda e poco altro.

Il problema dei palinsesti d’estate è vecchio assai, e nel corso degli ultimi anni è diventato meno grave solo perché è cresciuta esponenzialmente l’offerta televisiva: tra satellite, canali tematici free sul digitale terrestre e servizi di streaming online, c’è sempre qualcosa da vedere, almeno per chi ha gusti che si differenziano da quelli del corpaccione del pubblico nazionalpopolare. Quest’ultimo, invece, d’estate subisce un trattamento a cui non è abituato da settembre a giugno. Se dall’autunno all’inizio dell’estate, infatti, le reti generaliste mandano in onda programmi quasi esclusivamente indirizzati a quel tipo di target, nei tre mesi estivi lo ignorano totalmente, dopo averlo munto come si deve durante l’anno.

Eppure, e qui sta l’errore madornale di Rai e Mediaset, se c’è qualcuno che non va in vacanza, perché per vari motivi (economici o anagrafici) non può farlo, è proprio una parte del pubblico popolare. Non c’è coraggio, ai piani alti di Rai e Mediaset, perché è innegabile che d’estate il pubblico televisivo si assottiglia, ma è altrettanto vero che investire su quel pubblico può rivelarsi addirittura più redditizio che nel resto dell’anno. L’azione delle reti generaliste nei mesi più caldi dovrebbe e potrebbe essere doppia: da un lato si potrebbero produrre programmi nazionalpopolari nuovi, inediti, dal taglio decisamente estivo (come succedeva fino a 15-20 anni fa); dall’altro, però, si potrebbe approfittare degli obblighi meno stringenti nei confronti degli investitori pubblicitari per innovare, sperimentare, tentare strade nuove che potrebbero aprire scenari inediti anche per le stagioni più importanti.

Invece no, d’estate si mette tutto in naftalina, ci si affida alle repliche di don Matteo, alle soap opera turche su Canale5 (almeno una novità, è vero, ma qualitativamente ci sarebbe da discutere assai). La cosa peggiore della televisione estiva, però, è il proliferare di serate noiose e di qualità da sagra di paese che la Rai è “costretta” a trasmettere dai quattro angoli d’Italia. L’altra sera, per esempio, abbiamo assistito a una mostruosa serata televisiva in diretta da Pietrelcina e dedicata a San Pio. Il fine era benefico, quindi almeno quello va più che bene, ma artisticamente era qualcosa di imbarazzante. Esibizioni da oratorio, con coreografie di ballerini che non dovrebbero ballare nemmeno la Colita o la Macarena, tanta è la loro pochezza. A questo punto, dunque, se la Rai (in gran parte) e Mediaset (in misura minore) vogliono continuare ad ammorbare le serate estive di chi già non è andato in vacanza quindi è incazzato assai, preferiamo un monoscopio fisso dal 1° luglio al 31 agosto. Un monumento statico alla pochezza dei dirigenti televisivi e al loro scarsissimo coraggio e rispetto per il pubblico. Quei due mesi di vuoto, però, verranno accuratamente decurtati dai faraonici stipendi dei signorotti catodici. Almeno risparmieremmo qualche “spicciolo”.