Secondo l’ultimo rapporto Istat, se nel 2014 in Italia viveva in povertà assoluta il 6,8% dei residenti, nel 2015 il dato è salito a una persone su 13 con il risultato che un milione e mezzo di nuclei familiari, pari a quasi 5 milioni di persone, non possono permettersi un’alimentazione adeguata, una casa riscaldata e il necessario per vestirsi, comunicare, istruirsi, curarsi, muoversi sul territorio. Nelle grandi città tali numeri risultano fortemente amplificati.

Il 14 luglio, in contemporanea con l’uscita del rapporto, il neo assessore all’ambiente Paola Muraro del Comune di Roma ha dichiarato nel corso di uno sgombero: “C’è un fenomeno che va estirpato: il fatto che ci sono senza fissa dimora, che abitano praticamente dappertutto e che per forza di cose hanno comportamenti che non sono il massimo della civiltà. Poi – ha continuato – c’è il problema dei rom. […] C’è un fenomeno di rovistaggio da parte loro e poi di vendita dei rifiuti nei mercatini. Questo assolutamente non va bene!”.

Quelli dei senza fissa dimora e del rovistaggio sono fenomeni largamente diffusi nelle metropoli di mezzo mondo rappresentando un indicatore delle disuguaglianze sociali presenti e delle modalità operative inventate dai poveri per poter sopravvivere. In Italia come altrove non sono solo i rom a vivere sulla strada o a rovistare dentro i cassonetti o in cima a cumuli di spazzatura; lo sono piuttosto i poveri privi di reddito, con abitazioni precarie che, non avendo di che sfamarsi, optano per un lavoro informale che rappresenta spesso l’ultimo gradino oltre il quale non resta che l’attività delinquenziale.

A Buenos Aires, al tramonto, i cartoneros differenziano a mani nude la spazzatura prima del passaggio dei netturbini comunali. Sono un esercito di lavoratori, ingranditosi dopo la crisi economica del 2001, che si garantiscono la sopravvivenza consentendo alle loro famiglie di sfamarsi. A Città del Messico i raccoglitori dei rifiuti sono chiamati pepenadores e passano intere giornate attorno ad enormi discariche a stretto contatto con rifiuti altamente tossici. Non è un caso che la loro età media sia di 20 anni inferiore a quella nazionale.

Anche a Pechino, San Paolo e Manila le discariche sono abitate da centinaia di migliaia di persone che vivono con il riciclo informale giornaliero. Da una parte il riutilizzo dei rifiuti rappresenta l’unica forma di sopravvivenza per intere categorie umane, dall’altro il loro lavoro garantisce alla collettività una forma di smaltimento dei rifiuti priva di costi. In numerosi casi gli “spazzini informali” delle periferie dimenticate, attraverso un graduale riconoscimento pubblico del valore sociale ed economico del loro lavoro, sono emersi dall’illegalità attraverso forme cooperativistiche incentivate dallo Stato. A beneficio di tutti.

Nella città di Roma, soprattutto dopo il 2008, vivono in povertà assoluta almeno 200.000 persone e i rom censiti negli insediamenti non superano le 8.000 unità. La povertà, che ha portato alla presenza dei senza fissa dimora e dei rovistatori, non abbraccia dunque la specifica etnia rom. Essa investe tantissimi altri cittadini e prolifera per cause multiple e strettamente correlate: la crisi economico-finanziaria, le politiche di austerità, il taglio della spesa sociale, la scarsa attenzione al fenomeno migratorio.

E’ vero, come dice l’assessore Muraro, il rovistaggio e la presenza dei senza fissa dimora è un fenomeno che va estirpato. Non lo si fa però puntando il dito sui rom, che rappresentano il 4% della popolazione romana in condizione di povertà, ma incidendo sulle cause attraverso scelte politiche coraggiose e radicali in una lotta a tutto campo. A Roma, come altrove, va detto chiaramente che per combattere il fenomeno dei senza fissa dimora e del rovistaggio a nulla servono gli sgomberi e le azioni di pubblica sicurezza.

E’ strumentale accusare i rom ed è inutile anche dare la colpa ai piccoli gruppi di mendicanti e rovistatori, fatto di anziani e bambini, italiani e stranieri, rom e non rom, che ogni mattina si alzano senza sapere se la sera tornerà a casa con lo stomaco pieno. La responsabilità è in mano alla politica. Occorrono politiche per la casa, per la creazione di posti di lavoro, per diminuire la dispersione scolastica e per garantire a tutti le cure sanitarie. E questo riguarda tutti i romani, indistintamente. Dobbiamo rassegnarci: la povertà non guarda in faccia a nessuno, non ha colore e non è detenuta da una sola etnia.