Parole, parole, parole, cantava Mina anni fa ascoltando Alberto Lupo. E tanto per rimanere in tema di spreco di aggettivi e sostantivi durante le convention e i discorsi pubblici dei leader politici “fiumi di parole” si gettano al vento come fumo negli occhi di entusiasti e scettici. Melania Trump copia Michelle Obama. Anzi no, addirittura la plagia. Intere frasi sul sogno americano, sulle generazioni che verranno, sui valori di grandi e piccini che vanno coltivate, reiterate, rese immortali ed eterne. E’ la retorica bellezza, e tu non ci puoi fare niente. L’ “amazing mother, l’ “incredible woman”, come l’ha presentata il marito Donald accarezzando con quella manina destra nell’aria una traiettoria che assomiglia a un fondoschiena, ce l’ha messa tutta a mostrarsi illuminata, vitale e solare oltre la staticità di un truccatore rimasto ai fasti lacca e piega marmorei della famiglia Reagan. Fateci caso, se non vi siete appisolati dopo venti secondi. Il discorso di Melania più che al plagio invita alla pennichella, più che ai confronti storici e contenutistici invita alla sbirciatina verso l’orologio. Quattordici minuti e 50 secondi d’orologio che parevano centocinquanta. Quando finirà di parlare la futura first-lady? Quando si accorgerà della torta di mele in forno che sta lievitando oltre il dovuto? Bla, bla, bla.

Oggi qui, domani là, cantava Patty Pravo. L’interscambiabilità del sogno, dei significati, del complemento oggetto. Non c’è mai stata un’esclusiva su un motto, ma solo cattivo gusto nel ripeterlo a pappagallo, semmai. Karl Rove resuscitava metaforicamente i morti del non voto per far vincere Bush Jr., come del resto papà Kennedy nel distretto di Chicago letteralmente riesumò i defunti per far vincere John Fitzgerald. Ora non si capisce perché un’affascinante modella 46enne che ha sposato un tycoon col parrucchino non possa riprendere alcune frasi di uno tanti speech alla Letterman Show, alla Jay Leno, alla Oprah, che l’avvocatessa signora Obama ha dispensato ai quattro venti in otto anni di interregno telegenico e pop. A Michelle abbiamo voluto bene, ma nell’era del web non c’è più copyright nemmeno sulla lista della spesa.

Ora più che mai, quando i repubblicani si allargano al centro, dopo aver occupato, manu militari, tutta l’estrema destra, il saccheggio di una visione idilliaca del proprio paese, la solita solfa generalista del “se credi in quello che fai ce la farai”, diventa buona per tutte le stagioni e per tutti i partiti. A questo giro di giostra, quando comanda il miliardario e i democratici vanno di rincorsa, la differenza storica, il substrato idealista novecentesco saluta l’ipotetica differenziazione storica tra destra e sinistra, e si trasferisce a casa di chi è abile a ripetere il concetto profondo e unificante per primo come fosse roba sua. Siamo già da tempo nell’epoca degli slogan che diventano tormentoni, nell’era della comunicazione che sintetizza e riassume i concetti in tre parole o 140 caratteri. Yes we can, scandiva Obama da abilissimo oratore. Si, ma possiamo fare cosa? gli hanno chiesto per otto anni gli elettori democratici. Perché spesso l’enunciato perfetto dopo il lancio ufficiale diventa t-shirt e stitica pratica. Poi è chiaro che il woman affaire della scorsa notte a Cleveland fa soprattutto arrabbiare tutti quelli che hanno mandato i figli al college, li hanno fatti studiare e diventare strateghi del sapere dalla parte ‘giusta’. Perché poi arriva un cacicco qualunque, copia incolla delle “belle parole” del discorsino della convention di Denver che incoronò il primo presidente nero della storia degli Usa, e il sogno progressista e democratico, i valori della cosiddetta gente perbene, e non dei cafoni con il mitra nel tinello, si trasforma nelle frasette asettiche della ragazzona che posò per Helmut Newton. Il sacrilegio è compiuto. Attendiamo una nuova invenzione retorica del futuro possibile, “first gentleman” Bill Clinton alla convention dem del 25 luglio prossimo. Chissà se citerà Trump o addirittura se stesso. Prima però depositi i diritti del suo “speech” in tribunale.