“La Nato vigilerà sul comportamento democratico della Turchia“, dice John Kerry, anche se la Casa Bianca sgombera il campo da ogni dubbio: lo status della Turchia nella Nato non è in discussione. Però il segretario generale dell’alleanza atlantica Jens Stoltenberg, pur ricordando come Ankara sia un “alleato valido”, ha dichiarato che non ci può essere spazio per golpe militari negli Stati membri della Nato e ritiene “essenziale assicurare il pieno rispetto della democrazia, delle sue istituzioni, dell’ordine costituzionale, dello Stato di diritto e delle libertà fondamentali”. Libertà e Stato di diritto che sono a rischio, perché il presidente turco Erdogan, in un’intervista alla Cnn, ha spiegato che approverà la reintroduzione della pena di morte per i golpisti se la misura verrà varata dal Parlamento. Un’ipotesi che per Angela Merkel “è assolutamente incompatibile con l’essere Stato membro della Ue“, e alla quale la Germania si opporrebbe.

A tre giorni dal fallito colpo di Stato della notte di venerdì proseguono le tensioni tra la Turchia e l’Occidente, nonostante la Casa Bianca abbia dichiarato di sostenere il governo democraticamente eletto. E secondo quanto scritto dal quotidiano turco Hurryiet, nel pomeriggio la polizia turca avrebbe avviato un raid nella base Nato di Incirlik, da dove partono i jet della coalizione anti-Isis. Una situazione inasprita peraltro da un clima interno di violenze, purghe tra le forze di polizia considerate golpiste e divieto di ferie e di espatrio per i dipendenti pubblici. E a Istanbul il vicesindaco della municipalità di SisliCemil Candas  membro del principale partito di opposizione, i socialdemocratici del Chp – è morto a seguito di un colpo di arma da fuoco sparato da un assalitore. Smentita però la presunta confessione dell’ex capo dell’aviazione turca Akin Ozturk che, secondo quanto riferito dai media in un primo momento, aveva dichiarato di aver preso parte alla pianificazione del fallito colpo di Stato. “Il capo di stato maggiore Hulusi Akar è testimone del fatto che non ho partecipato al golpe. Non so chi l’abbia eseguito”, avrebbe detto in realtà Ozturk.

All’indomani del tentato golpe, il conflitto diplomatico si è acceso con la richiesta di estradizione di Fethullah Gülen  l’imam e magnate in esilio negli Usa accusato di essere lo stratega del tentativo di golpe e di cui Ankara ha chiesto il rimpatrio – , che però gli Stati Uniti hanno dichiarato di non avere mai ricevuto. Il tutto amplificato dalle purghe e dagli arresti ordinati dal presidente Recep Tayyip Erdogan dopo il fallimento del colpo di Stato, e quindi definitivamente esplosa con il ritorno della pena di morte in Turchia evocato dallo stessoSultano“.

Ue contro Ankara: “No a pena di morte” –  “Non possiamo ignorare questa richiesta dei cittadini”, aveva detto il presidente riferendosi all’ipotesi di reintrodurre la pena di morte i congiurati, aggiungendo che la proposta sarebbe stata discussa con l’opposizione. Oggi, dunque, ecco la risposta di Ayhan Bilgen, portavoce del Partito democratico del popolo turco che ha annunciato che “non appoggerà” nessuna proposta in Parlamento per la reintroduzione della pena capitale, dopo il fallito golpe. Bilgen ha peraltro fatto notare come nessuna legge può essere applicata in modo retroattivo. E a schierarsi nettamente contro l’ipotesi della pena di morte contro i golpisti c’è Angela Merkel, che in un colloquio telefonico con Erdogan ha ribadito che “è assolutamente incompatibile con l’essere Stato membro della Ue“, e che la Germania si sarebbe “decisamente opposta” a tale eventualità. Una portavoce di Berlino ha riferito che la cancelliera ha definito come una “causa di grande preoccupazione” l’ondata di arresti di militari, poliziotti e magistrati. E l’alto rappresentante della politica estera Ue, Federica Mogherini, non esclude che in futuro possa “servire una nuova riflessione strategica” sui rapporti, ma soltanto dopo che la situazione si sarà stabilizzata.

Germania: “Rastrellamenti sono scene di vendetta” – Il fantasma del ritorno della esecuzioni ad Ankara,dopo l’abolizione del 2004, è stato tema di dibattito soprattutto a Bruxelles, dove Federica Mogherini, rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri, ha ricordato come “nessun Paese che introduce la pena capitale può entrare nell’Ue”. Nello stesso senso la dichiarazione Steffen Seibert, portavoce della cancelliera tedesca Angela Merkel: “Siamo categoricamente contro la pena di morte. Un Paese che la pratica non può essere membro della Ue”. Da Berlino si sono espressi anche sugli episodi di “rastrellamento” messi in atto nelle ore post colpo di Stato. “Abbiamo visto nelle prime ore dopo il fallimento del golpe – ha detto Seibert – scene raccapriccianti di arbitrio e di vendetta contro i soldati in mezzo alla strada. Un simile fatto è inaccettabile”. La replica di Ankara è arrivata a stretto giro di posta. “Il desiderio della pena di morte espresso dai nostri cittadini per noi è un ordine, ma prendere una decisione affrettata sarebbe sbagliata”, ha detto il premier turco Binali Yildirim. “I golpisti? Chiederemo conto per ogni goccia di sangue versato, ma agiremo nel rispetto della legge”. Nel frattempo cominciano a circolare sui social network alcune fotografie che raffigurerebbero i militari arrestati seminudi, ammanettati e ammassati in stalle e palestre: la veridicità di queste immagini però non è ancora stata confermata.

Kerry: “Su Gulen prove no semplici accuse” – E dopo le polemiche dei giorni scorsi, oggi il premier Yildirim è tornato nuovamente a mettere nel mirino gli Stati Uniti d’America. Il motivo? Sempre lo stesso: la presenza in Pennsylvania di Gulen, considerato da Ankara la mente del golpe di venerdì. Il segretario di Stato Kerry, infatti, ha sottolineato come gli Usa non abbiano alcun “interesse ad ostacolare” l’eventuale consegna di quello che è considerato il nemico numero uno di Erdogan. Finora però – ha continuato Kerry – non è arrivata “né la richiesta formale né le prove” per l’estradizione. “Ho detto al collega turco che ci mandino vere prove, non accuse: dobbiamo vedere vere prove che reggano nel giudizio per l’estradizione”, ha ribadito il segretario di Stato americano. Perentoria la replica di Ylldirim: “Saremmo delusi se i nostri amici americani ci chiedessero di presentare prove anche se membri dell’organizzazione assassina stanno tentando di distruggere un governo eletto sotto la guida di quella persona: a quel punto, potrebbero esserci anche dubbi sulla nostra amicizia“. Ecco quindi che Kerry ha fatto cenno ai rapporti tra Nato e Ankara. Nel frattempo l’account Twitter di Wikileaks promette:  “Preparatevi per uno scontro perché pubblicheremo oltre 100 mila documenti sulla struttura del potere politico della Turchia”.

Caos a Istanbul: ferito il vicesindaco – E se il fronte estero è ormai incandescente, non si calma neanche quello interno: lunedì pomeriggio almeno 2 persone hanno aperto il fuoco nella sede della municipalità di Sisli, nel centro di Istanbul, ferendo alla testa il vicesindaco, Cemil Candas, morto nel pomeriggio a seguito delle ferite. Forte tensione anche di fronte al tribunale di Ankara, dove un uomo in uniforme militare che in mattinata ha aperto il fuoco, uccidendo l’autista di un veicolo che aveva sequestrato. L’assalitore è stato arrestato. Al momento dell’incidente, in tribunale si trovavano 27 generali accusati di responsabilità nel fallito golpe.

Le “purghe” del Sultano colpiscono anche la polizia – Tra Ankara e Istanbul, nel frattempo, continua il “contro golpe” di Erdogan: nella notte 7.850 agenti di polizia sono stati sospesi dai loro compiti e costretti a riconsegnare armi e distintivi. La decisione, cui potrebbero seguire arresti, è stata comunicata ai dipartimenti locali dal capo della polizia, Mehmet Celalettin Lekesiz. Già nel day after del putsch, era stato ordinato l’arresto di tremila militari, considerati autori del colpo di Stato, e il fermo di 2.745 magistrati, già rimossi dai loro incarichi perché ritenuti fedeli  a Fethullah Gülen, l’imam e magnate in esilio negli Usa accusato di essere lo stratega del fallito golpe e di cui Ankara ha chiesto l’estradizione. In totale il numero delle persone arrestate fino a questo momento è di 7.543: tra questi almeno seimila militari. Adesso, però, la purga di Erdogan colpisce anche la polizia, e cioè la forza di sicurezza che nella notte del fallito colpo di Stato sembrava essere quella più fedele al presidente. Decine le immagini diffuse dalle tv turche in cui agenti di polizia arrestano militari golpisti, mettendo fine al tentato colpo di Stato.

Divieto di espatrio per i dipendenti pubblici – Ma non solo. Perché l’ostracismo ha colpito anche 30 degli 81 prefetti che lavorano nel Paese, più 47 governatori di distretti provinciali e 614 gendarmi: in totale dunque sono 8.777 i dipendenti del ministero dell’Interno che sono stati sollevati dall’incarico. A questi vanno sommati i  1.500 lavorati del ministero delle Finanze sospesi dal proprio ufficio, e la nuova regolamentazione che vieta l’espatrio ai dipendenti pubblici, con alcune eccezioni per alcuni passaporti speciali, che necessiteranno comunque della previa approvazione dell’istituzione presso cui si lavora. Secondo alcune stime il provvedimento riguarderebbe il 5 percento della popolazione turca. A tre milioni di dipendenti statali, intanto, sono state sospese le ferie con un decreto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Arrestato un terzo dei generali – Le epurazioni del “Sultano“, però, non si fermano: nella notte altre 99 persone sono state arrestate ad Ankara. Tra questi ci sarebbe anche il generale di brigata Hakan Evrim, mentre Mikael Ihsanoglu, attachè militare turco in Kuwait, è stato arrestato su richiesta di Ankara in Arabia Saudita, nell’aeroporto di Damam: si stava dirigendo in Germania. Una fonte militare, poi, ha raccontato che anche alcuni alti ufficiali dell’esercito, coinvolti nel fallito golpe, sono già fuggiti all’estero. In totale, finora, i generali e gli ammiragli dell’esercito finiti in manette sono 103, e cioè quasi un terzo del totale degli ufficiali con questi gradi militari in Turchia.


Continuano i rastrellamenti – Intanto sul Bosforo quello che si respira è un clima di vera e propria repressione: una ventina di portali di notizie e siti web sono stati messa al bando, mentre nelle due principali città del Paese sono arrivati in queste ore 1.800 agenti delle forze speciali di polizia di rinforzo dalle province, per pattugliare i siti considerati “sensibili”. Il capo della polizia di Istanbul, Mustafa Caliskan, ha avuto  l’ordine di abbattere qualsiasi elicottero in volo senza autorizzazione sopra la città. Il presidente Erdogan, invece, ha ordinato ai caccia F 16 dell’esercito di sorvolare continuamente i centri urbani della Turchia: come se la minaccia del golpe non fosse ancora esaurita.  E dopo che ieri lo stesso Erdogan aveva detto che il popolo “non lascerà le piazze”, oggi è stato il ministro della Difesa turco, Fikri Isik, ad arringare i manifestanti filogovernativi riuniti davanti alla residenza presidenziale a Istanbul: ” Rimanete nelle piazze – ha detto – fin quando il presidente non dirà: Ok, ora potete tornare a casa”. La lunga notte della Turchia, insomma, è tutt’altro che finita.

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