Nel febbraio 2015 Saman Naseem, un ragazzo iraniano di etnia curda, avrebbe dovuto essere impiccato, dopo essere stato condannato a morte per un omicidio commesso a 17 anni. Gli appelli di Amnesty International lo hanno salvato una prima volta dall’esecuzione ma il rischio che il nuovo processo che gli è stato concesso sia irregolare quanto il primo e che, come il primo, termini con una condanna a morte resta elevato.

Dalla prigione di Urmia, in attesa di conoscere l’esito del secondo processo, Saman Naseem ha inviato attraverso Amnesty International questo messaggio a coloro che lo hanno difeso e sostenuto.

Ciao!
Sono nato in un villaggio circondato da montagne dalle cime innevate, da foreste e valli profonde e ventose. Si potrebbe dire che uno dei luoghi più belli del mondo sia proprio il mio villaggio, Vasneh [nei pressi della città di Marivan, nella provincia del Kurdistan iraniano].
Sono cresciuto nel Kurdistan imparando una lingua che possiede alcuni dei suoni più antichi del mondo. Oggi, purtroppo, non è possibile parlarla liberamente ed è impossibile vivere in questa terra. Qui, i bambini apprendono la povertà, l’ingiustizia e la morte prima d’imparare a giocare e a divertirsi giocando. Invece che coi giocattoli, familiarizzano con le mine anti-persona, gli ordigni inesplosi e i colpi di artiglieria.

Quando sei giovane, se non accetti questa situazione e protesti ti attende la prigione. Puoi scegliere se lasciare la tua terra e la sua eredità millenaria e diventare un vagabondo senza patria in questo mondo o restare e lottare per i diritti della tua gente. Non c’è una terza opzione. Come molti altri bambini, a causa della povertà e della mancanza di scuole di secondo grado nel mio villaggio, non ho potuto andare oltre la quinta elementare. Ho visto l’oppressione, l’indigenza e la discriminazione nella mia terra natia. Spinto dall’entusiasmo giovanile, ho lasciato la mia famiglia, la mia casa e il mio villaggio per combattere contro le ingiustizie.

Il 16 luglio 2011 eravamo sui monti Qandil [nella provincia dell’Azerbaigian occidentale] quando siamo stati circondati dalle Guardia rivoluzionarie. Hanno iniziato a bersagliarci con l’artiglieria pesante e con colpi di mortaio. I miei compagni sono stati uccisi, io sono stato catturato.

In carcere, mi hanno interrogato e torturato. Poi mi hanno condannato a morte. Ogni singolo momento degli ultimi anni e tutto ciò che mi è capitato contengono così tante storie che non riesco a raccontarle tutte in questa lettera.

Il 18 febbraio 2015 io e alcuni compagni di prigionia siamo stati portati fuori dal braccio della morte: tre di loro sono stati impiccati. Io e gli altri siamo stati messi in isolamento. Per quattro mesi non abbiamo potuto fare telefonate né ricevere visite o notizie dall’esterno. Per quattro mesi, abbiamo vissuto con l’ombra della forca che penzolava sopra le nostre teste aspettando l’esecuzione da un momento all’altro.

Pensate, la mia famiglia era arrivata a credere che mi avessero già messo a morte e aveva persino celebrato il mio funerale. Quando ho avuto il permesso di telefonargli, non volevano credere alle loro orecchie!  Per loro è stato uno shock completo.

Anche se non ho ricevuto le vostre lettere, poiché qui non le fanno entrare, sono stato informato dei vostri messaggi di solidarietà e dolcezza. Vogliono dire che non sono solo, che oltre ai miei amici e ai miei compagni di cella nel mondo esistono persone che hanno cuore e che stanno dalla mia parte.

Questo mi dà la speranza e la forza per vivere la mia vita e continuare a lottare, costi quel che costi. Non importa dove mi trovi ora e dove siate voi. Quello che veramente conta è essere insieme e non sentirmi solo. Ciò che fanno persone deliziose come voi rappresenta l’esperienza della solidarietà in azione.

Io spero che tutti i vostri giorni e tutte le vostre notti siano pieni di gioia e felicità. Vi stringo forte la mano e m’inchino di fronte alla vostra onorevole dolcezza.

Vi auguro tutto il meglio,
Saman Naseem, luglio 2016, prigione centrale di Urmia, Iran