Il re è morto, viva il re di Wimbledon 2016. Quello vecchio è Roger Federer, che probabilmente non vincerà mai più a Londra. Quello nuovo Andy Murray, per la seconda volta sul trono dei Championships dopo aver riportato a casa il trofeo nel 2013. Quella finale contro Djokovic era stata storica, a suo modo epica. Questa contro Milos Raonic, invece, banale e scontata come mai negli ultimi cinque anni (forse peggio solo Nadal-Berdych del 2010). Fuori partita il canadese, molle in tutti i momenti decisivi, incapace di variare un copione apparso perdente fin dai primi scambi. Battuto in tre set (6-4 7-6 7-6), ma soprattutto mai neppure lontanamente vicino a mettere in discussione la vittoria dello scozzese. L’evidenza del suo dominio sta nelle sole due palle break concesse (e ovviamente non trasformate) in meno di tre ore, di cui solo la prima giocata ad alto livello. Poi non è servito neanche il miglior Murray per superare Raonic. La Gran Bretagna è di nuovo in festa.

Il match, del resto, era tatticamente scontato. Raonic è entrato in campo con poche idee in testa e molto chiare: martellare al servizio, spostarsi appena possibile sul diritto, accorciare lo scambio venendo a rete anche più spesso di quanto la sua scarsa sensibilità di tocco consiglierebbe. Compitino da svolgere con diligente applicazione, per dimostrare di seguire i consigli dei maestri Moya e McEnroe, sotto la cui gestione ha fatto passi da gigante in avanti. In fondo l’unica strategia possibile per affrontare questa partita. Il problema è che dall’altra parte della rete c’era Andy Murray, il peggior avversario possibile, il miglior risponditore del circuito, che notoriamente si esalta contro i grandi battitori (ad esempio non ha mai perso contro Kyrgios e Karlovic). Anche oggi lo scozzese ha rimandato sempre di là le bordate del canadese, cercando e trovando sistematicamente il vincente non appena la velocità del servizio avversario si abbassava. Non a caso il bilancio negli scontri diretti era di 6-3 a suo favore, ma soprattutto 5-0 negli ultimi tre anni e 2-0 negli Slam (con il precedente più recente della battaglia in semifinale agli Australian Open). La finale di Wimbledon non ha cambiato la storia.

Nel primo set Raonic ha sofferto al servizio fin dal primo gioco e concesso presto il break che è valso un comodo 6-4. Sotto nel punteggio, quasi già spalle al muro, il canadese ha provato ad alzare la qualità della battuta (specie sulla seconda), restando in vita fino al 6 pari solo perché Murray ha sprecato almeno un paio di occasioni. La differenza, però, oltre l’incredibile capacità in risposta dello scozzese, l’hanno fatta anche i passanti sempre precisi e sempre troppo bassi per le lunghe gambe del canadese. Il match si è chiuso quando Raonic ha affossato goffamente a rete la comoda volée del primo punto del tie-break, poi ceduto 7-3. E non si è riaperto sulle uniche due palle-break concesse finalmente nel terzo set da Murray (dopo 2 ore e 11 minuti) e giocate malissimo dal canadese, al pari dell’ultimo tie-break decisivo. Raonic si è arreso dopo 2 ore e 47 minuti, ma aveva alzato bandiera bianca molto prima. Comunque soddisfatto di essere stato il primo giocatore nato negli Anni Novanta a disputare una finale Slam. Anche se il punteggio finale dimostra quanto la strada del ricambio generazionale sia ancora lunga, e mette in dubbio che a compierla per primo possa esser proprio Raonic. Col senno di poi, il suo exploit ha solo spezzato il sogno di Federer di trionfare ancora una volta a Londra. E negato ai tifosi una finale vera. Il canadese non è ancora pronto per vincere Wimbledon. E chissà se lo sarà mai.

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