“Sposati e te ne pentirai, non sposarti e te ne pentirai lo stesso; sposarsi o non sposarsi, te ne pentirai comunque; sia che ti sposi o che non ti sposi rimpiangerai tutto.” Questo scriveva Søren Kierkegaard, certamente non si riferiva alle banche italiane, ma la situazione è questa. Oggi siamo arrivati a un punto in cui qualsiasi cosa si faccia è inutile, per non dire dannosa, non risolve e in ogni caso ci costerà molto. Il sistema bancario italiano è sull’orlo del baratro, la situazione non è molto diversa nel resto dei paesi cosiddetti sviluppati.

Le banche italiane sono strette in una morsa mortale, composta in estrema sintesi da tre tenaglie: le regole sui bilanci imposte dalla Banca centrale europea, che privilegiano i patrimoni e disconoscono le specificità locali; le sofferenze, cioè i finanziamenti elargiti a soggetti non più in grado di restituire; l’andamento della Borsa, che ha ridotto e continua a ridurre i patrimoni. Se questi si assottigliano il rapporto con le sofferenze aumenta, la Bce deve intervenire e il prezzo delle azioni si deprime ancora di più. Una spirale diabolica, dove però il tema delle sofferenze è un finto problema, un parametro tra i molti possibili enfatizzato dalla Bce, ma non necessariamente l’unico criterio per giudicare la solidità delle banche. Al momento il tampone più efficace sarebbe quello di sospendere i rating e gli stress test della Bce per rifarli sulla basi di altri criteri più sensati. Ma non è possibile.

Ma come ha fatto il sistema bancario a cacciarsi in questo vicolo cieco? Tutti questi economisti, tutti quei finanzieri, con i loro Mba, le loro cravatte splendenti, i loro abitini blu di gran firma e i loro benefits milionari, come sono riusciti a squassare il sistema bancario in maniera così pesante come mai si è verificato in tutta la storia finanziaria degli ultimi due secoli? Come sono riusciti i nostri politici, i nostri banchieri, l’Associazione bancaria italiana, la Banca d’Italia a lasciare che la situazione degenerasse in modo tale e si arrivasse a questo punto di non ritorno? Con tutta la disistima che abbiamo di questa gente, non abbiamo dubbi che questo disastro non l’avessero previsto. Idioti di genio, sono riusciti a farci credere di essere dei sapientoni; furbastri, qualcuno perfino criminale, ma non fino al punto da aver organizzato il tracollo dell’intero sistema bancario per guadagnarci. Il caso di Zonin è esemplare. Il giocattolo gli è esploso in mano. Cosa aspettarsi da banchieri che frequentavano e finanziavano personaggi del calibro di Fiorani, RicucciCoppola? Al colmo qualcuno ha perfino pensato di fare l’autoagiografia dei “banchieri perbene“.

Da tempo non ci sono più banchieri perbene in Italia. I banchieri perbene sono quelli che tengono i conti in ordine e non perdono la fiducia dei clienti. Il governo, se, come pare, alla fine metterà del denaro pubblico per coprire le sofferenze bancarie, pomperà una valanga di denaro (sempre) pubblico per ottenere molto poco, in termini di risanamento. Paradossalmente sarebbe più efficiente dare tutto quel denaro (150 miliardi) direttamente ai contribuenti. Costerebbe molto meno chiudere le vecchie banche e riaprirne di nuove. Ma il vero nodo è che siamo senza istituzioni pubbliche credibili: il Parlamento è squalificato, la Banca d’Italia ha perso la sua autonomia, la Corte dei Conti non può far nulla, la Magistratura è spaccata e senza mezzi.

La situazione è talmente ingarbugliata che non ci sono vie d’uscita, almeno nel medio-breve termine. Sicuramente prima di tirare fuori i soldi bisognerebbe fare un’operazione-verità. O la Magistratura o qualsiasi Pinco Palla, ma niente soldi pubblici se non c’è chiarezza sull’operato delle banche. Poi ci vorrebbe una legge di riforma integrale del sistema bancario, ma il governo è troppo impegnato a cambiare la Costituzione. La cosa urgentissima è che la gente non perda quel poco di fiducia che ha ancora nel sistema del credito e l’unica strada sarebbe quella di dare il buon esempio dall’alto. Leggere che Ghizzoni sarà liquidato con 10 milioni di euro – mentre il titolo Unicredit ha perso quello che perso – è invece un altro colpo tremendo alla credibilità delle banche. Anche se pochi, i denari dei manager delle banche in crisi devono finire tutti a capitale e poi se ne devono andare. Lo Stato – ma ci vorrebbe uno Stato serio – assumerà il controllo e la proprietà delle banche, per ristrutturarle e restituirle al più presto al mercato. Però questa, anche per chi non è di molte letture, è una storia già vista in Italia, e non ci dà molta allegria, anche perché, con tutto il rispetto, oggi di tipi alla Raffaele Mattioli o alla Alberto Beneduce non ne vediamo in giro.