La Gran Bretagna lascerà l’Unione europea dopo lo storico voto di questa notte. Chi cerca di vedere il bicchiere mezzo pieno – a cominciare dal grande sconfitto, David Cameron – soffre per l’esito ma celebra il trionfo di democrazia, con oltre 33 milioni di britannici che sono andati alle urne e un’affluenza del 72,2 per cento.

C’è poco da esultare perché la Brexit è il risultato di un uso irresponsabile del voto, di una sua degenerazione, non è affatto la sua apoteosi. David Cameron ha convocato questo referendum per ragioni di politica interna: ha usato il ricorso al pronunciamento diretto dell’elettorato per sopravvivere agli attacchi interni dalla parte euroscettica dei Tories e alla concorrenza di Ukip, il partito indipendentista di Nigel Farage.

Il referendum, quindi, è nato come ultimo tentativo di far sopravvivere una leadership debole. Boris Johnson, ex sindaco di Londra che dopo le annunciate dimissioni di Cameron può rivendicare il suo posto a Downing Street, si è schierato per la Brexit. Perché è un seguace di Rousseau e della democrazia diretta? Ha semplicemente intuito che, per sfidare Cameron, bisognava schierarsi all’opposizione sul tema cui era legata la sopravvivenza politica del premier. E così ha fatto.

L’uso del voto da parte dei politici, dunque, è stato irresponsabile perché strumentale alle proprie ambizioni. Lo scopo del referendum sulla Brexit non è mai stato aprire un dibattito serio sul rapporto tra Regno Unito e Unione europea – come sa chiunque lo ha seguito – ma soltanto tra leadership inglesi, scaricando su un nemico facile come la lontana tecnocrazia di oltremanica tutte le frustrazioni da globalizzazione che animano gran parte dell’elettorato inglese e non solo.

Ma l’uso del voto è stato irresponsabile anche da parte degli elettori. La legittimità di un’elezione non si giudica dal suo esito, ovviamente. Ma la propaganda può avere successo soltanto se chi ne è il destinatario rinuncia al proprio senso critico, rinuncia alla fatica di formarsi una propria opinione autonoma e ragionata e si limita a ripetere gli slogan che riceve dalla tv o dai social network.

Gli elettori inglesi hanno votato contro gli immigrati, contro la globalizzazione, contro le élite, contro i burocrati, per l’impero e per la sicurezza perduta. Si possono trovare mille ragioni per criticare l’Unione europea, nessuna razionale per sostenere che dopo la Brexit l’economia della Gran Bretagna sarà più prospera, la sua società più coesa, le frontiere più sicure.

L’assenza di un piano per gestire il dopo-Brexit sta rivelando la superficialità dell’approccio dei sostenitori del “leave”: una parte (Ukip) chiede la rescissione unilaterale degli impegni della Gran Bretagna verso l’Ue, l’altra parte (Conservatori) invoca l’articolo 50 del trattato di Lisbona che stabilisce le regole per rinegoziare il rapporto tra un Paese che lascia e quelli che rimangono.

Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha già fatto capire che non sarà un negoziato morbido, visto che la sopravvivenza del progetto politico degli altri 27 è a rischio. Si può pensare tutto il peggio possibile della Ue, ma esiste, ha una struttura, ha una influenza nelle decisioni nazionali che si sostanzia in direttive, che vengono recepite da leggi nazionali, regolamenti, trattati internazionali.

L’Ue si regge su un equilibrio di poteri diverso da quello nazionale (elettori/parlamento/governo): ci sono due istituzioni con una legittimazione elettorale diretta, il Parlamento europeo e i governi nazionali legittimati in patria, e un organo tecnico come la Commissione. Quando i governi dicono “l’Europa ci impone” di solito stanno imbrogliando le proprie opinioni pubbliche: la stragrande delle decisioni politiche viene presa, all’unanimità, dal Consiglio europeo. Se un governo non è d’accordo, può mettere il veto. Dal Trattato di partenariato transatlantico su commercio e investimenti (Ttip) alle misure di austerità. Inutile approvare comunicati che inneggiano alla “ever closer Union” e poi tornare euroscettici appena scesi dalla scaletta dell’aereo.

La democrazia diretta è una soluzione al distacco tra cittadini e Unione europea o, più in generale, tra elettori e decisori? Sembra lecito dubitarne. C’è una ragione se la Costituzione italiana prevede che su alcune materie sia necessario il ricorso alle competenze e alla mediazione che soltanto la democrazia rappresentativa garantisce.

Sappiamo già quale sarebbe l’esito di un quesito: “Volete voi pagare le tasse?”. Decidere su materie complicate è, per definizione, complicato. Le alternative sono due: o dedicare molto tempo a studiarle per avere un’idea precisa nel momento in cui si sarà chiamati a prendere decisioni, oppure delegare qualcuno che si occupi a tempo pieno di prendere decisioni informate e consapevoli, il più possibile coerenti con la lista di priorità dei propri elettori.

Si può chiedere un maggiore ricorso al voto popolare soltanto se gli elettori prendono sul serio il proprio compito, se danno un voto consapevole, faticoso. In caso contrario la democrazia diretta diventa circonvenzione di incapace.