Pensate a quando vi capita di incontrare un vostro vecchio compagno di scuola. Non lo vedete più da tempo, forse addirittura dal giorno degli esami di maturità. Lo incontrate. Lo riconoscete. O meglio, riconoscete che è qualcuno che ha fatto parte della vostra vita, ma ci mettete qualche secondo a capire chi sia, perché nel mentre è passata la vita a fare il suo lavoro, sono arrivate rughe, chili, stempiatura. Ma sono arrivati anche maturità, fascino, carattere. È lui, il vostro compagno di scuola, quello con cui avete condiviso una parte della vostra vita. Ma non è più lui, esattamente per lo stesso motivo per cui anche voi siete voi ma non siete più voi. Si chiama tempo che passa, appunto, vita.

The Getaway, undicesimo e attesissimo album di studio dei Red Hot Chili Peppers, giunto a cinque anni dal precedente I’m with you, è esattamente così. Lo ascolti, ci impieghi qualche secondo a riconoscere che sono loro, il quartetto di funk-rock californiano di Anthony Kiedis, li riconosci ma nled zeppòleibn on sono loro, non per come te li ricordavi e, visto che si tratta di musica, per come ti immaginavi “sarebbero suonati” oggi. Ma sono loro, assolutamente loro, da adulti. Sì, perché The Getaway sembra proprio l’album della maturità. Intendiamoci, non nel senso che i precedenti fossero immaturi, ma quello che più di ogni altro prende di petto il concetto di età adulta e cerca di tradurlo in musica, a partire da una certa malinconia di fondo, sottotraccia di quasi tutte le canzoni, laddove un tempo c’era goliardica esuberanza, e forse ancor più a partire dai suoni, classicamente Red Hot Chili Peppers, ma per certi versi come se il suono della band fosse stato passato al frullatore e messo su uno di quei bicchierone di cartone che ci danno da McDonald’s.

Partiamo dai punti fermi. A svettare su tutte le canzoni, marchio di fabbrica che, nonostante un certo ‘immalinconimento’ rimane immutato, è la voce di Kiedis. La voce e anche la capacità tutta sua di creare certe melodie che, non a caso, si possono solo definire alla Red Hot Chili Peppers. Presa e messa da parte questa, immaginatevi che le canzoni della band, per miracolo, suonino come se il gruppo fosse nato oggi in California, sotto la regia di Danger Mouse. In effetti è un po’ così. Perché aver scelto lui per produttore, e aver scelto Nigel Godrich per il missaggio, non è stato mica casuale. Kiedis e soci hanno deciso che era arrivato il momento di ripensare il proprio suono, e si sono affidati a un produttore che non si limita a assecondare gli artisti con cui lavora, ma li plasma, li violenta, entra nelle trame delle canzoni, le riscrive e ne tira fuori qualcosa di nuovo.

The Getaway è un album decisamente dei Red Hot Chili Peppers, ed è un album decisamente del 2016, forse anche del 2017. E siccome la band ha una personalità poderosa, di quelle che la riconosci al volo, dal primo colpo di rullante di Chad Smith o dal primo slap di Flea, Danger Mouse ha preso il tutto e lo ha contaminato con suoni contemporanei e anche con suoni che arrivano dal passato della band, dall’epoca in cui la band non era ancora una band, ma semplicemente un insieme di ragazzini appassionati di vita e musica. Quindi molta new wave nelle tracce di The Gateway, ma anche certe sonorità che fanno l’occhietto alla disco, così come  a certe sonorità westcoastiane, perché il territorio non poteva che lasciare tracce profonde e anche, ovviamente, a del sano rock’n’roll.

Difficile raccontarlo, questo album, perché la musica, specie se è musica nuova, necessita più che altro di essere ascoltata, ma possiamo dire che se il colore che più caratterizza questo lavoro è quello celeste tendente al grigio della malinconia, per altro scelta in sé rivoluzionaria, dal momento che l’album esce a pochi giorni dall’arrivo ufficiale dell’estate, è pur vero che contiene dei brani che, ascolto dopo ascolto, crescono, lasciando tracce sulla pelle. Non ci sono i singoloni come uno se li aspetterebbe, quelli da ballare roteando i capelli, per chi ancora li ha, in giro per la stanza. Ci sono semmai una ballata strappacuore come The Longest Wave, o una pianistica The Hunter, che sicuramente entreranno nei cuori dei fan, così come ci entreranno Encore, brano dagli echi beatlesiani, Sick love, con la presenza al piano di Elton John, che insieme al suo fido Bernie Taupin e la band firma il tutto, o Detroit, puro rock. Per chi cerca il funk, perché i Red Hot Chili Peppers questo hanno sempre fatto, riportando in auge il suono che fu ed è dei Funkadelic, ecco Go robot, probabilmente inteso come un omaggio al Prince dei primi anni Ottanta. L’album, che si avvale anche delle partiture d’archi del nostro Daniele Luppi, collaboratore da tempo di Danger Mouse, si chiude con Dreams of a Samurai, con Kiedis che canta insieme a Beverly Chitwood, sorta di manifesto di questo album che è la quintessenza dalla malinconia adulta, della presa di coscienza che il tempo passa, gli amori si perdono, i nostri cari se ne vanno lasciandoci soli a affrontare l’età adulta, compaiono le rughe, la pancetta e la stempiatura.