“Potabile e contaminata”, una contraddizione che, tra vuoti normativi, deroghe sulle soglie di contaminazione e incertezza scientifica sui rischi per la salute umana, minaccia migliaia di cittadini.

Il caso più recente, in Veneto, riguarda i Pfas, composti chimici utilizzati per la fabbricazione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua, come goretex e teflon, ma anche pesticidi, detersivi, smalti e vernici. Nel bacino di Agno e Fratta Gorzone, tra le province di Vicenza, Verona e Padova sono state riscontrate concentrazioni di Pfoa (perfluoroottanoico) superiori a 1000 ng/L e di Pfas totali superiori a 2000 ng/L.

Si tratta di sostanze persistenti nell’ambiente e in grado di bioaccumularsi. Decine i Comuni interessati in Veneto, oltre 60.000 le persone contaminate e più di 250.000 quelle a rischio. L’allarme era stato lanciato già nel 2013 dai risultati di uno studio sulla presenza di Pfas nelle acque italiane realizzato dal Cnr che attribuiva questo tipo di contaminazione all’industria tessile e conciaria. Ma proprio leggendo questo studio, viene da pensare che l’emergenza veneta possa essere solo la punta di un iceberg. A fronte di un’industria tessile che conta decine di migliaia di aziende in Italia diffuse da nord a sud, i bacini fluviali analizzati dal Cnr, sono esclusivamente quelli del centro-nord, anche se si tratta di quelli di maggiori dimensioni: Po e tributari, Adige, Tevere, Arno, Brenta, Lambro e le aree della Laguna di Venezia e del Delta del Po. Parrebbe dunque che al sud non ci siano casi da tenere sotto controllo.

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Eppure, verrebbe da pensare ad esempio, in Campania, al Sarno che, pur lungo appena 24 km, ha un bacino di circa 500 km² e, insieme ai torrenti Cavaiola e Solofrana, è considerato il fiume più inquinato d’Europa anche a causa di scarichi industriali provenienti dalle aziende conciarie. In uno studio dell’Università di Medicina di Salerno del 2012, all’interno dell’area dei 39 Comuni del cosiddetto “Pentagono della morte” vengono rilevati casi di malformazioni e mortalità per cancro in aumento rispetto alla media italiana. La produzione industriale di teflon (Ptfe) iniziò in Italia nel 1954 ad opera della Montecatini, dal 1966 Montedison, che lo commercializzò con il nome di Algoflon. La Montefluos (Montedison fluorurati), alla quale furono delegate solo le attività nel settore dei composti fluorurati ed ossigenati, fu creata nel 1983 con stabilimenti a Spinetta Marengo, Porto Marghera e Bussi sul Tirino. L’azienda era uno dei primi produttori mondiali nella chimica del fluoro e dei prodotti ossigenati, il marchio passò poi alla Ausimont e nel 2001 alla Solvay. Per avere un’idea degli impianti che utilizzano ancora teflon e Pfc nel ciclo produttivo basta una ricerca su internet. Stessa cosa vale per la produzione di goretex.

Invero, ad instillare il dubbio che i Pfas possano mettere a rischio la salute della popolazione anche in altre aree e non solo in Veneto, sono già i risultati dello studio del Cnr del 2013 in cui si riscontrano concentrazioni di Pfos (perfluoroottansolfonico) superiori a 100 ng/l nell’acqua potabile di circa un terzo della zona urbana di Lodi. Nell’hinterland milanese, in particolare nella zona nord-est, Brugherio e Cologno Monzese, si riscontrano invece concentrazioni massime di 47 e 30 ng/L rispettivamente di Pfoa (perfluoroottanoico) e Pfos, a cui devono però sommarsi altri perfluorocarburi rilevati in minore quantità. Lo stabilimento di fluoropolimeri di Spinetta Marengo (AL) è la sorgente principale di Pfoa nel fiume Po, una tonnellata all’anno se teniamo fede a quanto autorizzato dalla Provincia, da qui seguono concentrazioni di Pfoa fino a 37 ng/l nell’acqua potabile di Ferrara, sempre da associarsi ad altri Pfas presenti in minori quantità ma comunque al di sopra dei 10 ng/L.

In questi casi, secondo il Cnr si tratterebbe di un rischio molto limitato per il consumatore. Infatti i limiti di Pfas nelle acque potabili, adottati in altri Paesi europei o negli Stati Uniti, sono in genere dell’ordine di 500 ng/l. È interessante notare però che il limite stabilito in Germania è di 100 ng/L per la somma di tutti i perfluorurati in un arco di esposizione di dieci anni, il che significherebbe che l’acqua di Lodi non sarebbe potabile. Nello Stato americano del New Jersey il limite è addirittura di 40 ng/L.

Il caso Veneto racconta un’emergenza che si ripete secondo dinamiche simili in altre regioni d’Italia. In Calabria, il bacino dell’Alaco distribuisce acqua a 88 Comuni del vibonese. La diga del lago Alaco fu ultimata nel 2004 e costò 150 miliardi di lire, nel 2005 passò sotto il controllo della Sorical satellite della multinazionale franco-italiana Véolia. Nel 2012 la Procura decise il sequestro preventivo degli impianti per omessi controlli dei serbatoi, delle reti di distribuzione, delle sorgenti e dei pozzi. L’Arpa Calabria rilevò nell’acqua dell’Alaco la presenza di Xilene (169µg/l), Cloriti (730µg/l), Triclorometano (275µg/l) e di composti derivanti dal Benzene (800µg/l), tutte sostanze cancerogene. Nel 2015 viene aperta una seconda inchiesta, “Acqua sporca 2”, ancora in corso. Nonostante i sequestri, però, la regione Calabria classifica l’acqua dell’Alaco come A3 “acque potabili previo trattamento fisico e chimico spinto, affinazione e disinfezione”. Quattrocentomila calabresi continuano così a bere acqua contaminata.

Nel Lazio, il fiume Sacco è stato inquinato per mezzo secolo con i residui della lavorazione di un fertilizzante, il Lindano. Oggi, l’intera Valle del Sacco è un sito di interesse nazionale per le bonifiche e la popolazione presenta nel sangue concentrazioni di una sostanza cancerogena e neurotossica dal nome impronunciabile: betaesaclorocicloesano. Nella Provincia di Viterbo si attende di sapere quali siano le conseguenze per la salute dei cittadini che per anni hanno utilizzato acqua “potabile” con elevatissime concentrazioni di arsenico in deroga alle normative comunitarie. In Abruzzo, secondo la relazione dell’Istituto superiore di sanità, 700.000 persone hanno bevuto fino al 2007 acqua contaminata intorno al polo industriale Montecatini Edison di Bussi sul Tirino, proprio uno di quelli dove c’erano anche gli stabilimenti della Montefluos. La Corte d’Assise di Chieti ha assolto gli ex tecnici dall’accusa di avvelenamento delle acque. Da ultimo, in Basilicata, l’inchiesta sugli impianti Eni di Viggiano ha fatto luce sullo smaltimento illecito di rifiuti a cui è connessa anche la contaminazione del vicino bacino del Pertusillo, la cui acqua è rifornisce gli acquedotti pugliesi. Dal Veneto alla Calabria, da nord a sud, la storia delle acque avvelenate d’Italia va considerata nel suo insieme, oltre il caso specifico.

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