L’ipotesi è quella di disastro ambientale. Per quel fiume di liquidi inquinanti e rifiuti pericolosi finiti, per la Procura di Potenza, nei pozzi. In campo sono scesi i carabinieri del Noe e sono migliaia le cartelle cliniche acquisite negli ospedali lucani per verificare le patologie presenti nella regione del petrolio, tra cui anche quelle relative ai tumori.

Lo smaltimento di rifiuti pericolosi
E così dopo aver portato alla luce sistema “illecito” di smaltimento di rifiuti delle attività estrattive in Val d’Agri, ora una parte delle attività degli inquirenti si concentra su quanto e come la lunga serie di reati contestati agli arrestati possa aver fatto male alla salute dell’ambiente e delle persone. I rilievi, per quanto riguarda la parte relativa alle attività del Centro Oli di Viggiano (Potenza), stanno proseguendo in tutta la Basilicata con indagini epidemiologiche anche sui “bioindicatori”, ovvero su indicatori utili a dimostrare i possibili livelli di inquinamento sulle produzioni agricole locali e sugli allevamenti.

È anche in corso una perizia specifica condotta in contradditorio tra le parti. I rilievi, per quanto riguarda la parte relativa alle attività del Centro oli di Viggiano (Potenza), stanno proseguendo in tutta la Basilicata con indagini epidemiologiche anche sui “bioindicatori“, ovvero su indicatori utili a dimostrare i possibili livelli di inquinamento sulle produzioni agricole locali e sugli allevamenti.

L’Eni: “Lo stato della qualità dell’ambiente ottimo”
Il filone “ambientale” dell’inchiesta di Potenza aveva già innescato la reazione dell’Eni. Che già nei giorni scorsi, aveva fatto sapere che “lo stato di qualità dell’ambiente, studiato e monitorato in tutte le sue matrici circostanti il centro oli” di Viggiano (Potenza) è “ottimo secondo gli standard normativi vigenti” facendo riferimento ai risultati emersi da “studi commissionati ad esperti di conclamata esperienza professionale e autorevolezza in campo scientifico sia a livello nazionale che internazionale”. Gli stessi studi “sono stati tutti in totale trasparenza – evidenziava il gruppo – depositati nel procedimento penale in corso”.

Quella della Procura di Potenza, già nel filone che riguarda le attività dell’Eni, è stata un’indagine lunga e complessa, iniziata nel 2010: “Dispiace rilevare che per risparmiare denaro ci si riduca ad avvelenare un territorio con meccanismi truffaldini”, aveva detto il Procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, illustrando l’altro giorno i particolari dell’inchiesta.

L’avvelenamento dei terreni per risparmiare denaro
Il riferimento è al “risparmio dei costi – come si legge nell’ordinanza del gip – del corretto smaltimento dei rifiuti prodotti dal centro oli” con “rifiuti speciali pericolosi” che venivano “dal management Eni qualificati in maniera del tutto arbitraria e illecita” con un codice che li indicava come “non pericolosi”, e poi inviati con autobotti agli impianti di smaltimento (come Tecnoparco, in Valbasento), e con “un trattamento non adeguato e notevolmente più economico”.

Dai calcoli degli investigatori, il risparmio ipotizzabile per questo “sistema” sarebbe tra il 22% e il 272% (in base a diversi preventivi acquisiti), e si tradurrebbe in una cifra che oscilla tra i 44 e i 110 milioni di euro ogni anno. La restante parte dei reflui liquidi sarebbe stata trasferita nel pozzo “Costa Molina 2” (sotto sequestro), in cui “i liquidi venivano reiniettati, sebbene l’attività di reiniezione – precisa il gip – non risultasse ammissibile per la presenza di sostanze pericolose”. Anche su questo punto, dagli studi dell’Eni emerge che “le acque di reiniezione non sono acque pericolose, né da un punto di vista della normativa sui rifiuti, né da un punto di vista sostanziale”, e “l’attività di reiniezione svolta presso il centro oli” è “conforme alla legge italiana e alle autorizzazioni vigenti” e “risponde alle migliori prassi internazionali”.

Poi ci sono le emissioni in atmosfera della struttura, che per il gip è “uno dei settori più sensibili e di maggiore impatto ambientale del ciclo produttivo petrolifero”: in questo caso, per “celare le inefficienze dell’impianto”, “i vertici del centro oli decidevano deliberatamente e in diverse occasioni di comunicare il superamento dei parametri” con una “condotta fraudolenta“, ovvero dando una giustificazione tecnica che “non corrispondeva al vero” o “diversa da quella effettiva”. Gli investigatori ipotizzano “manomissioni” delle comunicazioni agli enti di controllo sui superamenti dei limiti di legge per “non allarmarli”. Dalle intercettazioni tra i dipendenti emerge “un quadro preoccupante”: “Io ora preparo le comunicazioni… ci inventiamo… una motivazione”. E in qualche caso sopraggiunge anche lo spavento: “Mi si è gelato il sangue”, “mi sono cagato sotto”, si dicono a telefono o tramite sms.

I magistrati costretti a cambiare i consulenti
C’è poi un altro filone, come riporta la Stampa, quelle delle presunte pressioni esercitate sui consulenti della Procura dai periti dell’Eni per falsificare la relazione sull‘inquinamento ambientale. Le indagini riguarderebbero anche un funzionario della Regione che avrebbe nascosto agli inquirenti documenti utili all’inchiesta. Nel registro degli indagati per falso finalizzato alla corruzione giudiziaria sono finiti alcuni degli esperti nominati dalla Procura proprio per verificare la reimmissione delle acque inquinate.