Percorrendo le poche centinaia di metri che separano il mio alloggio dall’enorme biblioteca della Yale Law School, dove mi trovo temporaneamente per un periodo di studio e ricerca, stamattina ho notato che la bandiera americana, che solitamente sventola dinanzi alla facciata del Palazzo di giustizia di New Haven, era abbassata a mezz’asta. La commozione è tanta, e la si percepisce leggendo gli approfondimenti che i vari quotidiani americani dedicano alla strage di Orlando, in Florida, che ha decapitato la città di 50 dei suoi ragazzi e ragazze. Alla commozione si è aggiunto però un senso di profonda frustrazione e anche di rabbia per le analisi che, della vicenda, fanno molti giornali italiani.

La parola “gay” e l’acronimo “Lgbt” sono spariti da molti titoli per far posto all’aspetto per così dire “tradizionale” o comune di ogni attacco terroristico recente, ossia la matrice islamica fondamentalista. Ci vuole del fegato a negare che, per come l’episodio si riflette nelle parole degli investigatori e nel ritratto dello stesso attentatore, dietro all’assassinio brutale di 50 ragazzi e ragazze che si stanno divertendo in una discoteca gay ci sia una circostanza precisa, e cioè il fatto che, come scrive Jim Downs di Harvard sul New York Times, “la violenza anti-gay non è mai consistita in un atto individuale contro altri individui, ma in un attacco contro l’idea autentica che le persone Lgbt possano essere libere di esprimersi e di divertirsi in pubblico”.

In questo, gli attacchi terroristici contro la redazione di Charlie Hebdo e il Bataclàn e l’orrore di sabato sera al Pulse di Orlando aprono una riflessione sui medesimi temi, che ben conosciamo: la libertà di esprimersi e di divertirsi, il credo religioso, la violenza, l’uso delle armi e così via. Ma c’è anche una differenza grande come una casa: la matrice omofobica dell’azione di Omar Mateen.

L’attacco di Orlando dimostra infatti che terrorismo e omofobia possono anche coincidere, e che anzi essi non sono affatto incompatibili, non si escludono a vicenda. Mateen voleva uccidere più gay possibile, per questo è andato alla discoteca Pulse e non altrove. Il luogo non è accidentale, è funzionale all’obiettivo. Inoltre, il padre dell’assassino ha raccontato che Mateen è rimasto sconvolto dall’aver assistito a un bacio tra due uomini in pubblico. Dire, come fanno i giornali e i blog nostrani, che era un pazzo radicalizzato dal fondamentalismo significa dunque riferire solo una parte della verità. La retorica di condanna del terrorismo islamico, senza menzionare l’obiettivo (un club gay, pieno di gay), rappresenta un’ingiustizia e in ultima analisi un insulto per i morti di Orlando.

Ma è un’ingiustizia della quale ogni singola persona appartenente alla comunità Lgbt è in grado, da sempre, di offrire la propria, più o meno personale, testimonianza. Il tweet di Carlo Taormina, per il quale “se si fossero baciato [sic] due etero, non sarebbe successo niente”, costituisce la rappresentazione plastica della componente dell’omofobia strisciante consistente nella colpevolizzazione delle vittime, che si accompagna alla negazione del loro stesso essere vittime.

Per queste ragioni non vedo alcuna differenza tra Omar Mateen e l’utente che, tra le tante frasi raccolte da Alessio Cicchini per gay.it, twitta “Solidarietà a sto c*, metteteli nei forni quei mostri”, oppure “Bene così diminuiscono sta munnezza”, o quello che scrive su Facebook: “ecco cosa può accadere nella vita reale quando un povero ragazzo deve assistere allo spettacolo di due uomini (???) che si baciano in mezzo a una pubblica via invece che nello squallore di una qualche oscura dark room. Cari gay ingenui, questa strage, in fondo in fondo, ve la porterete tutta sulla coscienza, a patto che ne abbiate una”. O il prete che nell’omelia dice che “gli omosessuali meritano la morte”.

Una valanga di sciacalli popola oggi i social network, gli stessi individui che, guarda caso, sproloquiano quotidianamente di “lobby gay”, “utero in affitto”, “paccottiglie ideologiche”, “rivoluzioni antropologiche”, “operazioni contro natura” e via dicendo. Questi individui, che accusano la comunità Lgbt di aver portato, con le sue sacrosante rivendicazioni di libertà di uguaglianza, al trionfo dell’individualismo e del relativismo (et similia), sono i primi ad aver perso qualsiasi contatto con la realtà, l’umanità e la verità, e anche con la loro coscienza. E l’episodio di Orlando, insieme allo sciacallaggio quotidiano di gay e lesbiche (non solo italiani ma di tutto il mondo), mostra quanto ancora c’è da fare per vivere in una società dove l’odio non è la regola ma l’eccezione, e dove la voglia di divertirsi non rappresenta un rischio ma una conquista per tutti.