La speranza e l’umiliazione, la resa e l’indignazione, la rabbia contro la stampa e la nostalgia del mare. C’è questo e tanto altro nelle 45 lettere che Enzo Tortora scrisse alla compagna Francesca Scopelliti durante i sette mesi di detenzione in carcere, dal clamoroso arresto del 23 giugno 1983 al 17 gennaio 1984, quando il giudice dispose i domiciliari. Il presentatore più famoso del momento era accusato ingiustamente di essere un camorrista. E la sua storia resta nella Storia italiana uno dei più clamorosi errori giudiziari. Il libro “Lettere a Francesca”, di cui La Repubblica pubblica alcuni stralci ed edito da Pacini, sarà in libreria dal 17 giugno.

Il 15 settembre del 1986 i giudici d’appello stabilirono l’innocenza del giornalista, assoluzione che fu confermata dalla Cassazione l’anno successivo. Ma il 18 maggio del 1988 un tumore lo uccise.

Tortora era pessimista sulla possibilità di riuscire a dimostrare in tempi brevi l’assurdità dell’accusa. “La lotta fra me, innocente, e l’accusa, impegnatissima a dover dimostrare il contrario (un altro aspetto di questa farsa italiana), durerà a lungo” scrive. Dei magistrati scriveva: “Non hanno niente in mano….Solo tre categorie di persone (ho scoperto) non rispondono dei loro crimini: i bambini, i pazzi e i magistrati”. Nelle missive si legge la rabbia per essere stato tradito dal suo paese, dagli amici, dai colleghi: “… Sto pensando di chiedere il cambio di cittadinanza. Questo Paese non è più il mio”, “Non mi parlare della Rai, della stampa, del giornalismo italiano. È merda pura”.

C’è naturalmente tutta la sofferenza per la detenzione in carcere e per le condizioni in cui, come altri detenuti, era costrette a subire: “Ci pigiano in sette in pochi metri”, “Chissà perché si dice ‘al fresco’, io muoio di caldo, in cella”, “Sei al cesso, un buco apposito consente loro di vederti”. Senza dimenticare le conseguenze fisiche e psicologiche della privazione della libertà: “Non ho più un pelo nero”, “Spero mi cambino le medicine: mi deprimono molto”, “Non faccio che vedere neurologi, osteologi, reumatologi”. In un altro messaggio Tortora esprime desideri che fanno commuovere: “Guarda per me il mare, baciami un fiore”.

Un’esperienza così dura e allucinante per Tortora da spingerlo a volersi occupare del sistema giustizia: “Il mio compito è uno: far sapere. E non gridare solo la mia innocenza: ma battermi perché queste inciviltà procedurali, questi processi che onorano, per paradosso, il fascismo, vengano a cessare. Perché un uomo sia rispettato, sentito, prima di essere ammanettato come un animale e gettato in carcere. Su delazioni di pazzi criminali”.

A Francesca scrive della visita di Indro Montanelli: “… è stato terribile. Ma lui è stato molto caro. Solo ci si sente, non so come dirti, umiliati fino al midollo”. E del Natale: “… da qui, è semplicemente ridicolo. L’ho passato rileggendo ‘L’asino d’oro’ di Apuleio. Si è impiccato in cella un uomo. Una scena atroce. Siimi vicina, Cicciotta mia. Ti dico: buon Natale, va bene?”.