Diciannove donne della minoranza yazida in Iraq sono state rinchiuse tutte in una gabbia di ferro e poi arse vive. Il tutto per essersi rifiutate di aver rapporti sessuali con i jihadisti dell’Isis. La macabra esecuzione, che ricorda quella toccata al pilota giordano Muad Kasasbeah abbattuto su Raqqa nel febbraio del 2015, è avvenuta nella cittadina di Mosul davanti a centinaia di spettatori.

I miliziani dell’Isis da tempo si distinguono per i trattamenti riservati a donne paragonabili a schiave del sesso. Questa barbarie in realtà è parte integrante di una guerra esacerbata dalla propaganda mediatica su cui punta il terrorismo jihadista. Il rapporto tra soldati e sesso è abbastanza vecchio.

Fin dalla prima guerra mondiale migliaia di prostitute accompagnavano l’esercito in modo da tener alto il morale fornendo prestazioni sessuali. Lo stesso Hitler costruì dei bordelli nei campi di concentramento per soddisfare il piacere dei funzionari del campo. Durante l’ultima guerra civile in Burundi scoppiata nel 1993 molte donne venivano trattate come schiave e affittate a truppe di soldati mercenari. Quelle rimaste incinte venivano poi ripudiate dalla società. Olongapo è una cittadina dell’arcipelago asiatico 130 Km a nord di Manila, nella Subic Bay che per anni ha ospitato la più grande base americana di tutta l’Asia. Dai primi anni ’60 la cittadina si è trasformata in un bordello con 60mila donne e bambini al servizio dei bisogni sessuali dei soldati americani. All’inizio degli anni ’90 i militari americani abbandonarono l’area che fu riconvertita in un centro manifatturiero ma l’industria del sesso è comunque sopravvissuta tanto che ai vecchi padroni dei bordelli si sono aggiunti soldati in pensione tornati per vivere sul sesso a pagamento.

In Asia altri esempi non mancano, vedi il caso sempre nelle Filippine di Angeles City cresciuta anch’essa accanto a un campo militare americano. Ogni anno turisti e truppe militari comprano servizi sessuali. Anche nei Balcani durante gli anni ’90 si è assistiti alla nascita dei cosiddetti “campi di stupro”, luoghi dove le donne venivano detenute e violentate di continuo. Quando la cosa diventava noiosa le donne venivano brutalmente mutilate e uccise. Infine l’Afghanistan dove centinaia di prostitute si fanno strada a causa della miseria dilagante. Spesso lavorano in delle case chiuse, chiamate “Qala”. Soltanto nella città di Kabul si contano all’incirca una trentina di bordelli soprattutto nelle aree di Taimany, Hashuqan-o-Harifan, Qala-e-Zaman Kan.

Tornando alla guerra asimmetrica messa in atto dall’Isis, quando viene attaccato un villaggio – vengono divise le donne dagli uomini e scelte le ragazze più giovani. Una volta spogliate, viene valutata la verginità e poi stabilito un prezzo per ognuna di esse. Le vergini più giovani e carine vengono inviate a Raqqa, roccaforte siriana dell’Isis, dove vengono vendute. Tra gli acquirenti c’è una gerarchia che privilegia gli sheikh poi gli emiri, infine i combattenti. Le ragazze vengono vendute, stuprate per qualche mese, poi rivendute a un prezzo che va calando di volta in volta. Un articolo del giornalista Rakmini Callimachi pubblicato sul New York Times racconta come l’Isis abbia di fatto teorizzato la schiavitù sessuale. Descrive quello che centinaia di donne yazide stanno subendo e dimostra come alcune delle conquiste dell’Isis non abbiano avuto come obiettivo un avanzamento territoriale, ma siano state piuttosto “conquiste sessuali”.

Il concetto di conquista sessuale non è nuovo. Il corpo della donna veniva visto in passato, ma anche nei conflitti odierni, come il corpo della nazione che in guerra viene violato dai soldati nemici. Lo stupro di una donna visto come un qualcosa in grado di cancellare a livello simbolico il linguaggio e la cultura della vittima.