Poteva essere una delle partite del secolo: l’Unione Sovietica di Yashin contro la Spagna di Alfredo Di Stefano. Invece non si è mai giocata. La prima edizione degli Europei è soprattutto la storia di una grande sfida mancata: di quando il generale Franco, per paura e per ideologia, impedì alla sua nazionale di incontrare l’Urss, spianando la strada al trionfo dei sovietici e negando ad una generazione di campioni di vincere qualcosa a livello internazionale.

Euro 1960 fu soprattutto un tentativo: un torneo ancora in fase embrionale, assegnato in fretta e furia alla Francia, con solo 17 squadre iscritte ai nastri di partenza e la defezione di tre grandi potenze come Inghilterra, Italia e Germania Ovest. Non restava molto altro: i padroni di casa della Francia di Fontaine e Kopa (che però arrivò orfana dei due campioni alle semifinali), le grandi Jugoslavia e Cecoslovacchia di quegli anni (sarebbero arrivate in fondo anche ai Mondiali di Cile ’62). Poco per entusiasmare gli appassionati, ancora un po’ diffidenti nei confronti di una manifestazione che stentava a decollare. Ma il sorteggio dei quarti di finale aveva messo di fronte le due potenze dell’epoca.

Da una parte l’Unione Sovietica, destinata a scrivere la storia degli Europei con la prima vittoria, e anche la prima rete in assoluto (fu segnata il 28 settembre 1958 da Anatoli Ilyin, nel match di qualificazione contro l’Ungheria finito 3-1); la squadra del “ragno nero” Yashin ma anche del centravanti Ponedelnik, che avrebbe poi segnato il gol decisivo in finale sulla Jugoslavia. Dall’altra la Spagna di Alfredo Di Stefano e Francisco Gento, Luisito Suarez e Laszlo Kubala: una delle formazioni potenzialmente più forti di sempre, che per un motivo o per l’altro non era mai riuscita ad affermarsi. Anche in quella sfida, dove si intromise la politica e la Guerra Fredda.

Il format di allora prevedeva eliminazione diretta con andata e ritorno, prima di una “final four” nel Paese ospitante. Ecco, Francisco Franco di ospitare l’Unione sovietica non voleva proprio saperne: in Russia c’erano ancora i prigionieri della Division Azul che avevano combattuto durante la Seconda Guerra mondiale; in più, accettare avrebbe significato concedere un’occasione alle spie sovietiche di entrare in territorio spagnolo. E soprattutto dare un riconoscimento formale al regime comunista, che avrebbe potuto esporre la sua bandiera e suonare il suo inno nel tempio del Franchismo. Il 20 maggio 1960, due giorni prima del match, il governo spagnolo si riunì e votò per il boicottaggio: niente Spagna-Urss, i sovietici vinsero a tavolino, lanciandosi verso il primo storico trionfo europeo.

La Spagna avrebbe avuto modo di rifarsi quattro anni dopo. Quando il problema si ripresentò esattamente identico ma la decisione del regime fu diversa: la Uefa assegnò a Madrid l’edizione del ’64, a condizione che accettasse di ospitare l’Urss, campione in carica e qualificata per le finali. Stavolta il generale Franco acconsentì: il torneo, e il successo in finale proprio sull’Unione Sovietica, sarebbe stata anche l’occasione di celebrare il 25° anniversario della sua ascesa al potere contro i comunisti. Un’altra partita condizionata dalla politica. La Spagna, se non altro, si riprese il titolo che avrebbe meritato 4 anni prima, stavolta contro pronostico: “Altre nazionali spagnole hanno giocato meglio di noi, ma quella era una squadra vera e non solo una selezione di grandi giocatori”, avrebbe poi ricordato Luisito Suarez. L’unico campione d’Europa superstite della Grande Spagna: Di Stefano e Kubala si erano ritirati dal calcio internazionale, Gento era ormai in fase calante e non disputò neanche una partita in quell’edizione. La loro nazionale non ha mai vinto nulla: per un motivo o per l’altro ha sempre mancato i grandi appuntamenti. E in quello che avrebbe dovuto essere il suo anno fu sconfitta dal Franchismo e dalla Guerra Fredda.

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