Esce in una maniera strana, per tempistiche e modalità. Tempistiche perché l’uscita dell’album segue di poche settimane la notizia della partecipazione di Manuel a X Factor, fatto che in qualche modo rischia di oscurare il tutto (o che magari farà proprio da cassa di risonanza, chissà), e modalità, perché il titolo, Folfiri o Folfox è, sulla carta, uno dei più brutti della storia della musica. E ancora perché anche il singolo di lancio, Non voglio ritrovare il tuo nome, è uno dei brani musicalmente meno originali del tutto, una marcetta alla Canzone popolare di Fossati, meno epica e meno di cuore di quanto ci si possa aspettare da Agnelli, un passo indietro rispetto ai suoi standard e soprattutto rispetto alle altre diciassette canzoni in tracklist, in buona parte eccellenti (peggio, forse, solo Fra i non viventi vivremo noi, grande testo ma musica che lascia il tempo che trova).

Manuel Agnelli e soci, si diceva. Ecco, non dimentichiamo che questo è l’album del ritorno dopo l’addio di due pilastri della band, Giorgio Prette e Giorgio Ciccarelli,  due addii più o meno volontari, cosa che non può che pesare rispetto alle aspettative su questo lavoro uscito per Universal. Bene, dicevamo, Folfiri o Folfox è un ottimo lavoro. Forse un capolavoro. Maturo e importante. A partire dal titolo. Perché Folfiri o Folfox sono i due nomi di due cicli chemioterapici cui il padre di Manuel Agnelli si è sottoposto, prima di morire. Due nomi che sembrano il frutto di una filastrocca per bambini e che sono in realtà un lancinante segno della malattia, della lotto contro la malattia, della lotta persa contro la malattia, e quindi della morte e dell’elaborazione del lutto. Tutto questo è Folfiri o Folfox, un album ottimo, importante.

Un capolavoro, forse, almeno da un punto di vista testuale e di interpretazione di Manuel. Lo è un po’ meno da un punto di vista dell’originalità del suono, ma se avete pazienza di seguirmi capirete che non si tratta di stroncatura. Folfiri e Folfox regala delle grandi perle, specie sul fronte delle ballad: Grande, L’odore della giacca di mio padre, Lasciati ingannare (ancora una volta), Oggi, Noi non faremo niente, Né pani né pesci (quasi californiana nell’incedere), Il trucco non c’è, dove certo rumorismo loungelizardiano degli ex Massimo Volume, Pilia e Rondanini, entrati nel gruppo anche se come “ospiti”, si sente che è un piacere, sempre che si possa parlare di piacere in relazione a un lavoro che è sia un grido di dolore che un grido di liberazione.

Un po’ meno capolavori sono i pezzi che provano a andare su di giri: in quel caso il rumore prende il sopravvento su tutto, e le canzoni si perdono un pochino, almeno sul fronte afterhoursiano. Xabier Iriondo non ha nessuno a frenarlo, anzi, sembra che sia spinto a portare il suono all’estremo, e si sente. Suonano, queste poche canzoni veloci, come se si fosse di fronte a un album dei Massimo Volume, o anche di Moltheni quando ancora si faceva chiamare così, più Xabier e meno Manuel, ma forse anche più Steve Piccolo e meno Manuel. Ciononostante Folfiri o Folfox c’è, ed è proprio un discone, confermando gli Afterhours come un punto fermo del nostro universo rock. Manuel, guardandosi dentro e tirando fuori le parole giuste, ha probabilmente scritto i suoi migliori testi, meno ispirati al cut-up e più personali, letterari ma non pretenziosi, mai pretenziosi. Un passo oltre Hai paura del buio? e Quello che non c’è, dove già Agnelli aveva toccato vette altissime.

Manuel, non bastasse la vena ispirata, ha anche inspessito la voce, come di chi è ormai un uomo, non più un giovane uomo (e si leggano queste parole come un sentito complimento fatto da chi guarda ai capelli bianchi con rispetto e ammirazione). Discorso a parte meritano i brani più sperimentali, almeno considerando il contesto mainstream che ospita questo lavoro e le premesse sopra esposte, come San Miguel, Cetuximab, Folfiri o Folfox, Ophryx, che evidenziano come avere in lineup signori musicisti senza nessuno che li freni può dar vita a momenti alti e non derivativi. Nell’insieme uno dei lavori più belli ascoltati in Italia da anni, da decenni. E le pulci che abbiamo provato a fare sono appunto pulci, in un corpo di gigante di diciotto canzoni. Pulci che abbiamo provato a fare per amore, perché gli Afterhours non si toccano.