La Banca d’Italia non è abituata ad affrontare situazioni di crisi, specie se la crisi riguarda anche la sua credibilità. E si vede.

Le “considerazioni finali” del governatore Ignazio Visco erano attese come l’occasione, la prima davvero pubblica, di fare un bilancio esplicito di questi mesi drammatici: azzerati i risparmi di migliaia di risparmiatori – dalle quattro banche “salvate” a novembre alla Popolare di Vicenza a Veneto Banca – in un contesto di grande fragilità del sistema bancario italiano. Fragilità a lungo negata. E che Bankitalia nega tuttora, ribadendo che fino al 2013 andava tutto bene (mentre la catastrofe di Etruria era già chiara dal 2011, le premesse di quella di Vicenza risalgono addirittura al 2001).

Visco ha scelto di evitare, anche in questa occasione, ogni autocritica. La linea di pensiero dentro la Banca d’Italia è la seguente: noi spieghiamo cosa abbiamo fatto, diamo tutti i dettagli poi spetta al pubblico e alla politica farsi un’idea. Sul Fatto oggi in edicola, l’economista Luigi Zingales auspicava che Visco annunciasse una indagine interna sui fallimenti della vigilanza. Non succederà mai.

Visco si limita a dire tre cose e a lasciarne intuire una quarta: 1) Bankitalia ha fatto tutto quello che poteva in base alle leggi in vigore; 2) quando Bankitalia vede qualcosa che non va, lo segnala ai pm, lì si ferma la sua responsabilità; 3) tutti i problemi nella gestione della crisi sono colpa della Commissione Europa che ha vietato l’uso del fondo salva-depositi per salvare le banche e non ha accolto la richiesta italiana di rinviare l’applicazione del bail in, cioè il principio per cui le crisi bancarie le pagano prima azionisti e creditori e solo alla fine interviene, se serve, un aiuto esterno.

Quarto punto: Bankitalia ha evitato molte crisi di cui, per ragioni di riservatezza, il pubblico nulla può sapere. Argomento impossibile da verificare e dunque da confutare.

Il resto della relazione è un’analisi del bicchiere mezzo pieno: gli incentivi del governo alle assunzioni hanno funzionato, gli 80 euro hanno spinto i consumi, le misure a sostegno delle banche sono state importanti, le riforme come quelle sulla giustizia civile sono incoraggianti. Certo, bisogna fare di più ma c’è un giudizio molto positivo sull’azione di Matteo Renzi.

Il premier apprezzerà sicuramente. Dopo le rimostranze del Quirinale, ha rinunciato a indicare Bankitalia come la responsabile ultima di tutto il disastro bancario, ora trattato un po’ come una calamità naturale, una fatalità. Del progetto di una commissione di inchiesta che indaghi sulla vigilanza dal 2011 a oggi, toccando quindi anche l’operato di Mario Draghi quando era governatore, non si sente più parlare. E le considerazioni finali di Visco certificano la nuova sintonia tra palazzo Chigi e via Nazionale.

Inutile cercare nel discorso di Visco una visione, una linea netta e, soprattutto, una gerarchia di priorità.

C’è un paragrafo sulla legalità e sulla lotta alla corruzione, ma non è certo il cuore della relazione. Viene sottolineata l’urgenza di aiutare i più poveri, ma anche non subito se il bilancio non lo consente. La disoccupazione giovanile? Migliora ma troppo lentamente. È così via. Difficile trovare in Italia qualcuno che dissenta da queste affermazioni. Che quindi verranno archiviate senza indugio appena espletato l’obbligo di farne una sintesi sui giornali, con un titolo in prima a pagina e un commento.

Mi permetto un suggerimento: il prossimo anno superiamo la tradizione. Aboliamo la lettura dal podio delle pagine delle considerazioni finali, che tanto sono disponibili sul sito e in agenzia, e sostituiamolo con “il governatore risponde”. Un’occasione, almeno una in un anno, in cui Visco abbandona la comunicazione top-down e si sottopone alle domande senza filtro dai giornalisti.

Se può farlo il presidente del Consiglio, alla fine di ogni anno, è davvero troppo aspettarsi che un’istituzione rilevante ma in crisi di legittimità come la Banca d’Italia faccia lo stesso?