*di Roberto Saliba

“Quello che voi chiamate islam moderato, e che sarebbe molto meglio chiamare islam illuminato o non deviato, ha trovato il suo punto di riferimento morale, globale: è papa Francesco”. La provocazione l’ha lanciata un autorevole teologo musulmano poco prima dell’incontro “Oriente e Occidente” del 24 maggio scorso a Parigi, il giorno dopo la storica visita del grande imam dell’Università Islamica del Cairo, al-Azhar, lo Sheyk Ahmad al-Tayyib, in Vaticano. La frase con cui papa Francesco lo ha accolto, “il messaggio è il nostro incontro”, ha fatto il giro del mondo.

Ma è il discorso che il Grande Imam ha pronunciato a Parigi, nella discussione con il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, che spiega perché il nostro teologo musulmano non ha fatto riferimento solo ai gesti che hanno reso popolare Francesco anche tra i musulmani, come la decisione di portare con sé 12 profughi siriani musulmani tornando da Lesbo. Al fondo della sua “provocazione” forse c’è qualcosa di più. A Parigi infatti al-Tayyib ha offerto una visione della globalizzazione che sembra ripresa da quella enunciata da Bergoglio. No a una globalizzazione uniformante, un grande Mac Donald globale che annulla culture e specificità, sì a una globalizzazione riguardosa delle peculiarità dei popoli e delle culture.

Questo implicito riferimento a papa Francesco ha consentito ad al-Tayyib una riformulazione dell’universalismo islamico, riguardoso delle altre identità e culture da cui ha fatto derivare il richiamo alla regola aurea dell’Islam: “i non musulmani hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri di tutti i musulmani”. Rivolgendosi agli imam europei al- Tayyib li ha sollecitati a cambiare discorso, aderendo all’integrazione positiva. Il discorso non poteva mancare di un riferimento esplicito e forte al concetto di cittadinanza: al di là di identità religiose ed etniche si è cittadini, con pari diritti e doveri, e questo vale tanto nei paesi del Medio Oriente come in Europa. Anche i musulmani europei, ha proseguito, devono considerarsi e sapersi cittadini dei paesi nei quali sono andati a vivere. E così se qualcuno davvero volesse costringerli a qualcosa che va contro la loro morale hanno una strada per far valere i loro diritti; rivolgersi all’autorità pubblica, alla magistratura. E non poteva mancare un invito a distanziarsi una volta per tutte dal letteralismo, anche in campo giuridico.

Un discorso articolato, nel quale il Grande Imam ha anche tessuto le lodi dell’Illuminismo, e che conferma l’impressione del teologo citato all’inizio: sempre sulla difensiva, capace di condannare il terrorismo ma senza mai elaborare una vera visione o revisione aperta alla modernità, la grande apertura di papa Francesco sulla globalizzazione poliedrica e l’invito rivolto ad al-Tayyib ad andare in visita in Vaticano, nonostante le gravi incomprensioni del passato, sembra aver dato fiducia, forse una spinta, a chi nel mondo islamico avverte l’esigenza di uscire dall’angolo.

Quelli accennati sono argomenti sorprendenti, all’apparenza incongruenti con la realtà di questi ultimi decenni. Ma proprio in quelle ore questi stessi argomenti sono stati al centro di un importante documento, sottoscritto da cento intellettuali libanesi, tra i quali molti musulmani. Il documento, redatto dal noto fautore del dialogo islamo-cristiano in Libano, il maronita Samir Frangieh, dal docente alla Saint Joseph University Anoine Courban e da Michel Hajji Georgiu, uno degli editorialisti di punta del quotidiano L’Orient Le Jour, chiama a raccolta i moderati delle due sponde del Mediterraneo, invitandoli a organizzare una Convention euro-mediterranea per redigere una “Carta del Vivere Insieme. Le firme musulmane sono numerose e tutti i firmatari sottolineano che le armi non si sono dimostrate idonee a sconfiggere il terrorismo di ispirazione islamista e le conseguenze possono mettere a repentaglio la tenuta della stessa cultura dei diritti umani in Europa.

Il documento indica nella ferocia delle repressioni, a cominciare da quella siriana, il punto d’origine di questa crisi estesasi a tutto lo spazio Mediterraneo, ricorda che i popoli del Mediterraneo hanno saputo scegliere e preservare la cultura del Vivere Insieme per secoli, sottolinea che il Libano è l’unico paese dove musulmani sunniti e sciiti, nonostante il feroce del presente, seguitano a partecipare insieme, e insieme ai cristiani, alla gestione della Stato, facendo del Libano un esempio per tutta la regione nella riscoperta del valore imprescindibile di quella cittadinanza, della quale ha parlato al-Tayyib e della quale si trova una importante indicazione nel discorso programmatico sul Medio Oriente tenuto dal Segretario di Stato vaticano, cardinale Parolin, durante il Concistoro sul Medio Oriente: “I cattolici, uniti tra di loro e con i fedeli delle altre Chiese e confessioni cristiane, e collaborando con gli appartenenti ad altre religioni, sono chiamati ad essere artefici di pace e di riconciliazione e, senza cedere alla tentazione di cercare di farsi tutelare o proteggere dalle autorità politiche o militari per garantire la propria sopravvivenza, devono offrire un contributo alle rispettive società che si trovano in un processo di trasformazione verso la modernità, la democrazia, lo stato di diritto e il pluralismo.” Se papa Francesco abbia davvero aiutato a “riaccendere” il pensiero islamico è preso per dirlo, ma qualche indicazione sembra andare davvero in questo senso.

*di giornalista freelance basato a Parigi