Guerrigliere contemporanee. Donne pronte a sparare con in mano un mitra, letteralmente con il coltello tra i denti. Ruoli femminili non passivi in aree di guerra. Nessuna compassione, solo volontaria necessità di emancipazione. Là, tra Africa e Medio Oriente, dove i conflitti armati sembrano perpetuarsi in eterno, Francesca Tosarelli, fotoreporter bolognese, infanzia nel nordest del Brasile con i genitori cooperanti, ha trovato e cucito i pezzi di un racconto di ribellione assieme a Wu Ming 5Riccardo Pedrini – che è poi diventato il libro Ms Kalashnikov (Chiarelettere). Lei, al fronte tra Congo, Mali, Libano e Siria con macchina fotografica al collo, giubbotto antiproiettile e casco, istintività da animale predatore, spiritualità accesa, filtrante e permeabile dinanzi al cambiamento; lui a Bologna, tornato a suonare con i Nabat (“pensavo sempre di più alla musica e sempre meno alle parole”), in pieno periodo di mutazione psicologica e forse professionale.

Si incontrano fisicamente nella palestra popolare del TPO di Bologna dove Pedrini insegna arti marziali e yoga, intuitivamente in un orizzonte ideale anticapitalista e di lotta. Nel libro non c’è il racconto della verità, ma un’osservazione personale di una dinamica di genere. Donne in armi che combattono, che scelgono di non essere più vittime di violenza, oppressione, o anche solo di una cultura maschilista, patriarcale, che ne schiaccia libertà e autonomia.  Francesca scrive i suoi diari e li spedisce a Riccardo; Riccardo li elabora e li fa rileggere a Francesca. “Il progetto finale di Ms Kalashnikov è un ibrido, è la voglia di esplorare altri ambiti del lavoro che ho fatto fino ad adesso”, spiega Tosarelli al FQMagazine. “Non ho mai lavorato per agenzie, sono andata ovunque da sola autofinanziandomi compreso il Congo. Le testate giornalistiche puntano sempre sul linguaggio sensazionalistico, cosa che io non faccio. Nel 2016 se c’è qualcosa che può toccare veramente il lettore, bombardato da immagini e parole urlate da tutti i media, è raccontare una storia personale narrata nel modo più diretto possibile”. Una punta di rossetto sulle labbra, tracce di tribali che sbucano dalla t-shirt, di persona Francesca è un portato simbolico di quelle stelle osservate nel cielo congolese, o delle leggere ma decise pennellate di smalto sulle unghie del colonnello ribelle Fanette Umurata da lei fotografata: “Porto i lettori in Congo con me nel mio viaggio formativo. Provo a lasciare a casa i pregiudizi, ma comunque vengo scioccata. L’incontro con queste donne è una sorpresa. E’ evidente il loro portato rivoluzionario, di rottura degli schemi sociali precostituiti”.

E’ la lotta armata che diventa un mezzo possibile per l’emancipazione culturale della donna: “Nel momento stesso in cui avviene, ma soprattutto in prospettiva – continua Tosarelli – Fanette, ad esempio, ha studiato scienze politiche e ha quindi una motivazione politica nell’essere entrata in un gruppo armato. Non è il suo sogno nella vita, ma il solo fatto che nel suo villaggio lei porti un’arma, abbia potere e comandi il suo battaglione, ha fatto scomparire i casi di stupro. Le zone di guerra sono specchio di dinamiche presenti in ogni parte dell’occidente, anche in Italia. Basti pensare al sessismo che vivo tutti i giorni sulla mia pelle”. L’idea, l’esperienza, le immagini che si fanno racconto sono poi state filtrate da Pedrini: “Quello che più mi ha colpito del racconto di Francesca è il dato intensivo pulsionale che riguarda il corpo, aspetto che è completamente dentro la logica di questo momento storico, quello della biopolitica: ciò che veicola il comando del capitale è insito nel corpo”, spiega Wu Ming 5. “Qui siamo di fronte alla narrazione di un corpo che cerca una traiettoria possibile di emancipazione. Francesca mi spediva i suoi flussi di coscienza scritti, che mi toccavano corpo e mente, ma poi ho capito che l’unico modo era far parlare lei. La mia voce nel libro è diventata un gioco di specchi, un modo onesto, oserei dire punk, di darle voce. Non si poteva leggere che il re patriarcale è nudo e arrogarmi il diritto di parlare per le donne”.

Lo sguardo militante dei due autori non può avere confini geografici, alla maniera di Che Guevara che dopo aver sistemato Cuba esportò la rivoluzione in Angola. “Il Rojava (Nord Est della Siria ndr) è il primo luogo in cui il cambiamento è possibile ora. E’ lì che si sta vivendo un esperimento di democrazia femminista ecologista da un paio d’anni a questa parte.” rispondono insieme gli autori del libro. “C’è un elaborazione politica e revisione dei punti di partenza molto forte. Il PKK da partito marxista si è trasformato in anarco-comunitarista. E’ un bello scarto ideologico che ha contribuito a rendere possibile sul campo un nuovo modello di società – spiega Pedrini – anche se quello che più mi fa arrabbiare è che intere banlieue europee di ‘foreign fighters’ combattono contro di noi. Dalla parte del fascismo, del patriarcato, del denaro ci sono quelle persone a cui avremmo dovuto parlare noi negli ultimi 20 anni”. La missione di Francesca però non si ferma qui. L’anelito, la spinta ideale, va oltre i limiti delle “comfort zone”, degli affetti relazionali rimasti in Italia. “La prossima meta del progetto (Ms Kalashnikov) è proprio il Rojava. Difficile riuscire a rientrarci due volte. Sono però felice di tornarci con il libro e le foto per incontrare le donne combattenti. Per me sono sorelle. E questo tipo di narrazione, di condivisione del sapere, anche se loro qualcosa già sanno delle donne soldato in Congo, è ciò che devo fare in questa vita”.

www.mskalashnikov.com