La questione della tutela degli investimenti è una delle più controverse del trattato Ttip. E se vogliamo andare oltre la sintesi da piazza che  “le multinazionali comanderanno sugli Stati” dobbiamo addentrarci nel labirinto degli Isds, cioè dei meccanismi per regolare le dispute tra investitori (Investor state dispute settlement). Davvero dopo l’approvazione del Ttip, il trattato commerciale tra Europa e Stati Uniti, qualunque multinazionale potrà fare causa a uno Stato per far disapplicare, per esempio, il salario minimo o le norme in materia di licenziamento?

Quando un Paese A firma un trattato commerciale con il Paese B che prevede alcune condizioni a cui le imprese di A possono investire, può capitare che nascano controversie. Per esempio un’amministrazione locale o magari il governo o il Parlamento  di B introduce delle regole (ambientali, sanitarie, tecniche ecc.) che servono esclusivamente a bloccare le imprese di A, in modo da proteggere quelle locali. In violazione degli impegni presi con il trattato. Cosa può fare quindi la multinazionale del Paese A? Potrebbe rivolgersi ai tribunali di B. Ma il rischio che non siano imparziali è alto, quindi di solito nei trattati commerciali viene previsto un meccanismo diverso, tipo una corte arbitrale. Che deve stabilire se lo Stato ha esercitato il suo legittimo diritto a legiferare o ne ha abusato per aggirare un impegno preso (in modo altrettanto democratico) allo scopo di danneggiare l’investitore straniero.

L’allarme globale per gli Isds scatta soltanto con il Ttip. Forse perché ci sono di mezzo gli Stati Uniti e le loro multinazionali al centro da anni di campagne di boicottaggio. Ma gli Isds già vengono usati da tempo, senza che sollevino grandi proteste. Secondo un monitoraggio dell’Ocse, nel 2012 risultavano 274 casi da dirimere con Isds. Il 43 per cento sono stati decisi in favore degli Stati, il 31 a favore dell’investitore, il 26 per cento si sono chiusi con un accordo tra le parti. I casi che hanno riguardato accordi bilaterali tra Paesi Ue sono stati 72.

Secondo una ricerca del ministero del Commercio olandese (l’Olanda è un Paese euro-critico ma che dal Ttip può guadagnarci, soprattutto dallo sviluppo dei suoi Porti), spiegava nel 2014 che “includere una clausola Isds nell’accordo con gli Stati Uniti potrebbe essere particolarmente importante perché la legge negli Usa non concede, a livello federale e neppure a livello statale, la protezione degli investitori stranieri dalla discriminazione”.

Questo è un punto importante, da chiarire al popolo anti-Ttip: gli Isds non servono soltanto alle multinazionali americane, ma anche alle aziende europee che vogliono investire negli Usa. Magari a chi denuncia gli (inesistenti, perché il trattato esclude quegli argomenti) pericoli su Ogm e carne agli ormoni non interessa, ma è legittimo che la Commissione europea che negozia per conto dell’Unione, invece, se ne occupi. Il rapporto olandese conclude anche che “sulla base dei casi esaminati relativi a Nafta, Cafta e accordi bilaterali, non c’è alcuna evidenza conclusiva di una cultura americana della denuncia, cioè il presupposto che gli investitori americani siano più religiosi degli altri. In aggregato, gli investitori dei paesi membri dell’Ue hanno presentato più denunce, negli ultimi 30 anni, rispetto agli investitori degli Stati Uniti”.

Nel 2013 la classifica dei Paesi più litigiosi vedeva comunque gli Usa in testa con 125 denunce seguiti da Olanda (61), Gran Bretagna (42) e Germania (39).

Questi numeri non basteranno a convincere gli anti-Ttip, che possono avanzare il seguente argomento: i numeri dei contenziosi sono poco indicativi, uno Stato, soprattutto se piccolo, potrebbe essere spaventato dalla possibilità di dover affrontare in un arbitrato la Monsanto o la Coca Cola e quindi eviterà di approvare leggi sgradite a questi grandi gruppi, che potrebbero appellarsi a una violazione magari inesistente del Ttip (o di qualunque altro accordo) e creare un danno al Paese per spese legali e cattiva pubblicità come Paese inaffidabile per investimenti stranieri. E’ un fenomeno che si chiama “regulatory chill”, secondo il ministero del Commercio olandese questo rischio non c’è ma è un punto da tenere presente quando ci sarà la disciplina definitiva degli Isds nel Ttip.

Il Ttip ha anche una forte dimensione geopolitica, i movimenti di opposizione lo definiscono una “Nato economica” (come se fosse una cosa brutta) e un po’ è vero. La scommessa – più europea che americana – è che se si crea una grande area uniforme su regole, standard e procedure di matrice occidentale sarà più facile evitare che si affermi una globalizzazione “alla cinese”. Tradotto: se non introduciamo gli Isds nel Ttip, i nostri governi saranno assai poco convincenti quanto chiederanno di difendere i diritti delle nostre imprese che investono in Cina in un foro un po’ più imparziale del sistema giudiziario locale.

Il sistema degli Isds, nelle critiche dei movimenti di protesta e di chi dà loro voce, come il comico Maurizio Crozza, ha due problemi. Il primo: aggirerebbe la democrazia ma questo, come abbiamo detto, è opinabile, visto che se il meccanismo è ben costruito si limita a proteggere le imprese dalle ritorsioni protezionistiche dei governi locali. Il secondo problema: i collegi arbitrali privati sono soggetti facilmente alla “cattura” degli arbitri che possono avere incentivi distorti. Un professionista delle mediazioni sa che diventerà molto richiesto dalle multinazionali se darà loro ragione nei contenziosi importanti. Se non ci sono barriere nette può succedere che un arbitro nel resto del suo tempo faccia un lavoro che condiziona il suo giudizio (esempio: se è un esperto di proprietà intellettuale nella farmaceutica, non sarà ostile alle imprese farmaceutiche) e se il compenso è parametrato alle somme coinvolte e alla durata del giudizio nessuno avrà fretta e gli Stati finiranno per svenarsi.

Dopo essere partita con il classico schema di tre arbitri scelti dalle parti, la Commissione europea, in autunno ha presentato un nuovo schema che recepisce molte delle indicazioni dei movimenti anti-Ttip. E per questo gli Usa l’hanno accolta con grande scetticismo, al momento non è affatto detto che passi, vedremo nel round negoziale di luglio.

Le caratteristiche fondamentali di questo nuovo sistema Isds (ribattezzato Ics, Investment Court System)  sono la creazione di una Corte apposita (invece degli arbitri scelti volta per volta) che prevede anche un grado di appello, i cui membri saranno scelti tra persone che rispettano gli stessi requisiti richiesti per la Corte internazionale di giustizia e il board di appello del Wto, l’organizzazione mondiale del Commercio. I limiti di ricorso di un investitore saranno molto definiti e c’è una corsia preferenziale per le denunce che si presentano fin dall’inizio come poco fondate. Nella corte ci saranno quindici giudici, cinque americani, cinque europei, cinque di altri Paesi.

La Commissione si impegna a garantire il “diritto di fare le regole” e restringe molto i casi di “espropriazione” che sono quelli più delicati. Cioè quando un Paese formalmente non ostacola l’impresa, ma alza a tal punto gli standard ambientali o sanitari da erodere tutto il potenziale margine di profitto del’investitore.  

Per chi vuole saperne di più c’è il testo completo della proposta qui.

Gli anti-Ttip hanno riconosciuto che dei miglioramenti ci sono stati. Ma Greenpeace sostiene che i giudici non siano abbastanza indipendenti, che comunque si crea un binario preferenziale per gli investitori esteri rispetto ai produttori nazionali e che potrebbe crearsi un conflitto con la Corte di giustizia europea.  

Non so se siete arrivati fin qua, ma nel caso abbiate resistito vi sarete resi conto che la faccenda è un po’ più sfumata di come la presentano molti commentatori forti di certezze dogmatiche secondo cui le multinazionali sono pronte a colonizzarci usando il Ttip come cavallo di Troia.

Gli Isds non sono il male assoluto, semplicemente tutti i trattati sovranazionali hanno bisogno di un sistema per dirimere le controversie altrimenti sono soltanto auspici, buone intenzione destinate a evaporare al primo problema. Quindi ben vengano gli Isds. Il problema è che, come per tutto quello che riguarda il Ttip, i matrimoni si fanno in due: se gli Usa riusciranno ad annacquare la proposta europea di modifica del sistema Isds, le multinazionali potrebbero guadagnare potere contrattuale (ma non solo quelle Usa, pure quelle europee che andranno in contenzioso con i governi statali e federali americani).

Bisogna continuare a monitorare la questione ma senza ridicole prese di posizione ideologiche che rischiano di impedire un dibattito consapevole invece che favorirlo.

Per me possiamo anche continuare col Ttip, se vi siete stancati la chiudiamo qua.

Un altro paio di cose interessanti però ci sarebbero da dire.