Hanno scoperto il paradiso e non era lontano. Il nuovo mondo e l’isola dell’Eden, l’Atlandide affondato e ritrovato sono qui. Non andate lontano e venite. Il Sahel è pronto e vi aspetta a braccia aperte. Giusto qualche misurato rischio di rapimenti o riscatti mai pienamente rivelati. Il paradiso c’è e l’ho visto. Un paradiso umanitario pieno di cartelli, macchine fuori strada, tende, fili spinati, cartellini di controllo, stipendi proporzionali al rischio. L’umanitario sta bene, anzi a meraviglia e come non mai al di fuori di ogni ragionevole controllo democratico. D’altra parte il discorso non fa una grinza. Per quanto male vadano le cose ci sarà sempre una Ong internazionale con ramificazioni locali che interverrà. Cammuffati da benefattori, faccendieri, eroi da film impresentabili di Cannes, organizzatori di agende prioritarie. Questo e altro. Se le crisi e le guerre non ci fossere sarebbero da inventare. Anzi sono smontabili a piacimento e che a nessuno venga in mente di fare domande politicamente non corrette.

Sarebbe tacciato di pericolo umanitario. Come tale messo all’indice, marginalizzato dagli incontri ufficiali dove si decidono le persone da salvare e quelle da vendere. L’umanitario continua a spendersi bene, come un paradiso a poco prezzo. Prendiamo per esempio le frontiere. Qui, fatte di sabbia, di vento e di nulla. Non hanno mai costituito un problema, semmai è stata una creazione occidentale recepita a suo tempo dalle indipendenze per disegnare bandiere e comporre inni nazionali. Luoghi improbabili di scambi di persone, beni, mogli e buoi. Effimeri tracciati che i cammelli prima, e i fuori strada poi, ignorano come si fa con le cose inutili. Poi diventano non solo importanti ma pericolose, anzi oggetto di scambio. Noi qui le frontiere le vendiamo bene e c’è chi non si interessa che di quelle. In questi giorni Niamey, una delle capitali del Sahel, ospita uno dei consueti corsi di formazione. Il titolo è tutto un programma: “La gestione integrata delle frontiere”.

In realtà le frontiere sono dis-integrate. Si chiama Centro Internazionale per lo Sviluppo delle Migrazioni, basato in Austria e finanziato da una trentina di paesi umanitari. Lo sviluppo delle migrazioni, dunque, passa per il controllo delle frontiere. Origine e porta di tutti i mali che l’Occidente immagina. Tutti a casa, con insegne, stipendi da nababbi, stile di vita da signori della pace, macchine adatte ai percorsi accidentati della città. I vostri progetti che perpetuano la povertà che il sistema genera, nutre e sostiene. Tutti a casa. La sfida delle migrazioni ‘illecite’, così sono definite dai signori della parola e dell’interpretazione della stessa. Andatevene e lasciate tranquilli i poveri, e finitela di speculare con loro sotto la patina di vernice umanitaria, ormai sbiadita. Andatevene via e lasciate che la gente prenda coscienza. State uccidendo la politica perché offrite un piatto di lenticchie per riempire lo stomaco di coloro che hanno fame di altro. Di dignità, rispetto e storia. Siete assoldati dal capitale, servi del capitalismo selvaggio chiamato per pudore liberalismo.

Andatevene via, smettete i progetti che da cinquantanni generano pigrizia, inedia, fatalismo e infantilismo. Smettete di mentire, di indurre invidie coi vostri stipendi, di rendere tranquillo l’occidente e di neo-colonizzare il mondo. Non avete nulla da dire e allora smettete di sentirvi importanti, decisivi. Andrete bene per i potenti e magari anche per i poveri, che davanti vi ringraziano e appena partiti vi disprezzano. Giustificano il seminario di formazione col controllo. Per questo siete venuti, al soldo del controllo dei poveri, perché non diano fastidio, scompaiano nella sabbia della dimenticanza. Un cimitero umanitario. Americani e Francesi coi droni, Areva con l’uranio, la Cina col petrolio, i contrabbandieri e i politici con la cocaina, le armi e le frontiere da integrare per i migranti. L’Oim, l’organizzazione mondiale delle migrazioni, col prossimo campo di addomesticamento migranti di Agadez. Lasciateci tranquilli e fate le valigie, rapinatori di futuro e di politica. Smettete di disintegrare il Sahel e cercate il vostro paradiso altrove. Meglio la sabbia e il vento che le vostre false promesse. Tornate a casa, nessuno vi rimpiangerà.

Dal Sahel, maggio 016