Perversa, ironica e ambigua. Nessuna attrice, almeno nel cinema francese, poteva restituire meglio di Isabelle Huppert il personaggio di Elle, omonimo al titolo del nuovo film di Paul Verhoeven. Lontano dalla Hollywood fantascientifica e di quel Basic Instinct che nel 1992 scandalizzò i benpensanti, il cineasta olandese sembra preferire da qualche anno la vecchia Europa, dove ha girato sia Blackbook (2006) che lo sperimentale Tricked (2009). Elle, ispirato al bel romanzo “Oh..” di Philippe Djian, è il suo primo film francese e – sua detta – “il mio film dal finale più aperto, un dono al pubblico che può riempirlo con quanto desidera”. Certamente l’attrazione a girarlo in Francia è arrivata dalla possibilità di avere come protagonista la Huppert, felice di essere parte della pellicola: “la sceneggiatura era perfetta, i dialoghi eccellenti, l’ironia acuta: non potevo rifiutare. Philippe e Paul hanno composto un personaggio straordinario e con talento sia nel romanzo che nel film sono riusciti a portare fuori tutte le domande possibili da una figura femminile come quella di Michelle”.

Di fatto l’ibridazione propria del cinema di Verhoeven tra sguardo europeo e americano funziona alla perfezione in Elle, definibile quale commedia nera con la tensione di un thriller. Al centro è appunto Michelle, donna di mezza età ricca e brillante titolare di una società che produce videogames, che improvvisamente viene aggredita e violentata in casa sua da uno sconosciuto mascherato. “Attenzione, nessuno si senta offeso dalla rappresentazione anche ironica dello stupro in Elle – tiene a sottolineare l’attrice parigina – perché non bisogna prendere questa storia realisticamente ma come un racconto della fantasia, che fa perfetto pendant con i videogame aggressivi prodotti dalla stessa Michelle”. Senza scomodare la polizia, la donna inizia un personalissimo pedinamento alla caccia del possibile criminale mentre nella sua famiglia si succedono accadimenti fondamentali.

Applauditissimo dalla stampa per la sua vitalità ed originalità, il film potrebbe guadagnarsi alcuni riconoscimenti nel Palmares di domani sera così come Forushande (The Salesman) dell’iraniano Asghar Farhadi, ultimo titolo del concorso del 69° Festival di Cannes. Girato in madrepatria dopo il “viaggio” francese ove sortì Le Passè due anni fa (premio alla miglior attrice qui a Cannes, Berenice Bejo), il nuovo film del premio Oscar per Una separazione continua il percorso narrativo sulle tracce dell’ambiguità umana che è ormai cifra conclamata del suo cinema. Alternando la rappresentazione teatrale di Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller alla vita privata della coppia protagonista, The Salesman sviluppa il graduale disvelamento di un “incidente” che sconvolge la loro esistenza. Come nei suoi film precedenti, Farhadi predilige gli spazi chiusi, sintomatici di una privacy che in un Iran delle ipocrisie (lo Stato si permette di entrare senza pudore nelle vite dei suoi cittadini) appare sacrosanta e offre diversi gradi interpretativi con una complessità che confermano la statura di questo magnifico autore iraniano.

Chiusi i giochi del concorso, è dunque tempo di celebrare il classico toto-palma tra i 21 titoli che domani sera George Miller e i suoi giurati vorranno premiare.
Secondo i critici consultati dal trademagazine britannico Screen International in pole position verso i massimi premi sono il sorprendente Toni Erdmann della tedesca Maren Ade, i due notevoli romeni Sieranevada di Cristi Puiu e Bacalaureat di Cristian Mungiu, il poetico Paterson di Jim Jarmusch, Aquarius del brasiliano Kleber Mendonça Filho (in particolare per la splendida protagonista Sonia Braga) e il solido I, Daniel Blake del veterano Ken Loach. Da notare che il film giudicato “peggiore” dell’intero concorso è risultato The Last Face di Sean Penn con una media voto di 0,2 su 5, ovvero il minimo storico mai attribuito a un film dalla suddetta rivista.