Non otto anni, ma un’intera era. Tanto sembra passato da quando del Brasile si parlava come di un gigante. Un Paese in ascesa, con un Pil invidiabile, leader di un Sudamerica in crescita e in grado di dialogare fitto con Venezuela, Cuba, Iran, Cina e Russia senza correre il rischio di essere giudicato uno Stato canaglia. Tanto forte e stabile da puntare a un seggio nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Un paese divenuto modello per la sinistra del mondo intero: alternativo contro l’immanenza statunitense, ma con criterio. Capace di privatizzare le proprie risorse minerarie e petrolifere, ma senza sbagliare formule. Capace di tendere una mano ai più deboli, riuscendo a tirare via dalla povertà milioni di persone; e contemporaneamente facendo sorridere anche gli imprenditori, felici del passaggio di tanti da indigenti a consumatori. Un Paese quello ‘costruito’ da Luiz Ignacio ‘Lula’ da Silva, pronto a giocarsela con i grandi. Sull’economia, il sociale e soprattutto lo sport: la vetrina più importante.

In prospettiva all’epoca, mondiali di Calcio nel 2014 e ancor più Olimpiadi a Rio de Janeiro nel 2016, dovevano essere il momento finale di affermazione del grande Brasile. Ora, otto anni dopo, il Paese si ritrova invece piccolo, debole, travolto da inquietanti scandali di corruzione, in profonda crisi economica e in preda a un’isteria politica nella quale i destini della nazione passano per una faida politico istituzionale che coinvolge partiti, parlamento e potere giudiziario. L’allontanamento di Dilma Rousseff dalla presidenza e il processo di impeachment non fanno che aumentare le incertezze sul futuro del Paese. Potrà il vicepresidente Michel Temer ora alla guida del Paese, migliorare la condizione economica del Brasile con la ricetta liberale ‘spinta’ già annunciata? Soprattutto, sarà all’altezza di gestire l’appuntamento olimpico nella città simbolo del Paese? Di certo al momento c’è che le Olimpiadi si svolgeranno in un clima totalmente diverso da quello di festa auspicato. Sia per il caos politico che per la situazione economica. Il danno di immagine per il Paese è già fatto. Ma la situazione potrebbe peggiorare.

Il tonfo del Pil, la crescita della disoccupazione, l’esplosione dell’inflazione, l’estremo indebitamento delle persone e i numerosi Stati prossimi al dissesto (tra i quali quello di Rio), non si tradurranno però in tagli sulle strutture. Tutti i lavori previsti sono stati infatti ultimati e la maggior parte delle ditte ha già incassato il denaro. Poco ci si è curati del fatto che le varie imprese investigate nel maxigiro di tangenti svelato dall’inchiesta Lava-Jato, abbiano intercettato il 73% degli investimenti stanziati per le opere legate alle Olimpiadi e che dei 37,6 miliardi di Real complessivi spesi per Rio2016, ben 27,4 sono finite nelle casse di queste. Volendo prescindere dalla corruzione, dalla carenza di sicurezza sui cantieri e dal lavoro nero, caratteristiche di tante realizzazioni, e volendo escludere anche il problema quantitativo, resta però in piedi la questione qualitativa. Cosa non da poco.

Le immagini della pista ciclabile costata 40 milioni di real e crollata quattro mesi dopo l’inaugurazione poche settimane fa hanno fatto il giro del mondo. Non hanno avuto stessa risonanza, le altre carenze, evidenziate prima e dopo questo tragico evento, e denunciate spesso anche dalla stampa locale, come Oglobo e G1. Crepe, crolli, piloni piegati e bulloni incerti hanno interessato lo strutture dello stadio Engenhão, del BRT, della Cidade das Artes e della Vila do Pan. E quelli scoperti potrebbero essere solo una piccola parte. Nonostante le federazioni internazionali abbiano verificato il grosso delle strutture, sono molte infatti le organizzazioni critiche sulla gestione olimpica, a mettere in guardia sulla stabilità delle infrastrutture realizzate. Eventuali problemi durante i giochi che mettessero a rischio l’incolumità dei atleti e turisti sarebbero inquantificabili anche dal punto di vista politico. Una macchia indelebile.

Quello che trapela dall’organizzazione olimpica è intanto che molte iniziative, immaginate come sfarzose, saranno più low profile. I tagli per cercare di contenere i costi fuori controllo saranno operati principalmente sotto la voce cerimonie, accoglienza e servizi. Questo potrebbe tradursi in una carenza in termini organizzativi che avrebbe ad aggiungersi alle lacune strutturali dei brasiliani in merito, emerse con forza durante la Coppa del mondo di calcio. La crisi politica, l’inquinamento e l’epidemia del virus zika hanno anche causato una minore vendita di biglietti per assistere alle gare olimpiche rispetto al previsto. Un flop in questo caso graverebbe su una situazione di cassa già molto difficile.

Grande incognita resta poi la gestione della sicurezza. Nei giorni scorsi è stata approvata la “legge generale delle olimpiadi”, norma che regola molte questioni, dai visti per gli atleti alla gestione dei venditori ambulanti durante i giochi. In particolare però la legge fa riferimento al fatto che saranno permesse solo manifestazioni di segno ‘amichevole e festoso‘. Un punto questo molto dibattuto, perché di fatto impedisce qualsiasi manifestazione di dissenso che i vari comitati già stanno organizzando, soprattutto per denunciare la rimozione di molte favelas, la violenza della polizia in queste comunità, le morti bianche nelle costruzioni olimpiche, le stesse costruzioni e la corruzione.

La legge si aggiunge a quella anti-terrorismo, approvata di recente che pure vede delle profonde restrizioni nel campo dei diritti civili. La legge permette di chiudere strade, isolare aree e, soprattutto, impedire la comunicazione telefonica e internet in qualsiasi momento. Per le associazioni il combinato disposto delle varie norme si traduce in una restrizione del diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero.

Con l’uscita di Dilma, più morbida su certe tematiche e l’arrivo al Planalto di Temer, potrebbe crearsi un asse molto forte tra il governo centrale e il governo dello Stato di Rio (che ha prerogative sulla gestione dell’ordine pubblico), entrambi a guida Pmdb. Con 80mila uomini tra polizia militare e forze armate, quelli di Rio potrebbero essere ricordati come i giochi più militarizzati degli ultimi decenni. Con le favelas completamente ingabbiate, a pagare potrebbero essere quelli che oseranno contestare la propria classe politica e dirigente.

@luigi_spera