Un sindaco non può rendersi conto delle infiltrazioni mafiose “solo perché il Prefetto adotta i provvedimenti o perché viene il dottor Gratteri a parlare del pericolo”. Così il magistrato antimafia Roberto Pennisi si rivolge a Graziano Delrio, allora sindaco Pd di Reggio Emilia e oggi ministro delle Infrastrutture nel governo Renzi, sentito come persona informata sui fatti il 17 ottobre 2012, nell’ambito dell’inchiesta Aemilia, sfociata ad aprile nelle prime condanne. Ilfattoquotidiano.it può ricostruire in modo completo quell’ora e mezzo di colloquio. I magistrati chiedono conto a Delrio, in carica dal 2004, del suo grado di consapevolezza della presenza della ‘ndrangheta nella provincia, della sua attività nell’economia e in particolare nell’edilizia, e dei legami tra Reggio Emilia e Cutro, città d’origine di molte famiglie immigrate, ma anche dei clan di ‘ndrangheta dominanti nella zona, prima i Dragone poi i Grande Aracri. “Non penso che il signor Gratteri viva a Reggio Emilia e quindi si rende conto della realtà”, aggiunge Pennisi, sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. “A vivere a Reggio Emilia sono i reggiani e lei è il sindaco”.

L’allora procuratore capo di Bologna Roberto Alfonso, presente al colloquio con il sostituto Marco Mescolini, fa presente a Delrio che le segnalazioni di polizia e carabinieri non bastano e l’amministrazione comunale dovrebbe fare di più. Per esempio segnalando, attraverso i vigili urbani, cambi repentini di licenze commerciali o aperture e chiusure sospette di negozi. “Su questo punto noi abbiamo molta strada, molto lavoro da fare, assolutamente” ammette il sindaco. “Francamente non c’è un coordinamento e una comunicazione fluida, ecco. Dovremmo ragionarci”.

Delrio spiega subito di non avere mai avuto “per osservazione diretta” una “testimonianza” della presenza della ‘ndrangheta. Dice che tutte le iniziative antimafia prese dal Comune, di tipo culturale, di sensibilizzazione, erano state prese spontaneamente e che non c’erano state “in nessun modo” delle notizie certe di specifiche presenze negli appalti. Prima che si insediasse in città, nel 2010 il prefetto Antonella De Miro (che ha emesso diverse interdittive antimafia confronti di aziende collegate ai cutresi, ndr) la ‘ndrangheta era quella che veniva raccontata nei periodici Comitati per la sicurezza e dalle cronache dei processi. Delrio ricorda che comunque fin dal 2005 era stato messo in piedi in Comune un osservatorio e che poco tempo dopo una relazione di Enzo Ciconte aveva fornito un primo quadro di insieme del fenomeno della criminalità organizzata in città e provincia.

Sulla visita a Cutro del 2009, di cui tanto si è discusso perché a ridosso delle elezioni comunali, Delrio spiega di essere arrivato lì solo per una processione. Agli atti esiste un invito ufficiale del sindaco della cittadina calabrese, Salvatore Migale. I pm lo incalzano sull’atteggiamento del sindaco di Cutro rispetto alla questione mafia: “Glielo disse: Guarda qui la ‘ndrangheta ci sta divorando?”, chiedono. “Non mi ha mai detto una cosa del genere”, risponde Delrio. Pennisi mette addirittura in discussione l’opportunità di mantenere il gemellaggio con il paese calabrese. “A me sembra una persona impegnata” nelle iniziative antimafia, ribatte Delrio. Dai brani trapelati nei messi scorsi, molto si è scritto anche dello scambio coi pm su Nicolino Grande Aracri, da tempo considerato come riferimento indiscusso della ‘ndrangheta in Emilia. Delrio afferma di conoscerne il cognome, ma non il nome di battesimo, e aggiunge: “Sapevo che era calabrese, ma non sapevo fosse originario di Cutro”. E Pennisi esprime perplessità, data la notorietà del personaggio.

Oggi l’Espresso pubblica un’intercettazione, carpita il 17 marzo 2015 nel carcere di Parma tra due detenuti per l’operazione Aemilia, che chiama di nuovo in causa il ministro per quella trasferta. Vedendo Delrio in tv, il giornalista Marco Gibertini – condannato in primo grado per concorso esterno con l’accusa di aver fatto da pr occulto degli imprenditori cutresi di Reggio – afferma: “Quando è andato a Cutro ha dato la mano a…”. “A chi?”, chiede il compagno di cella Domenico Curcio, anche lui cutrese. “A quello là”, replica il giornalista. “A Nicola?”, incalza Curcio. “Uhm”, è la risposta trascritta del giornalista. I carabinieri di Parma individuano in Grande Aracri il Nicola di cui parlano. Ma il settimanale ha verificare che il giorno del viaggio di Delrio a Cutro il boss si trovava in carcere a Catanzaro, dunque quella stretta di mano non poteva verificarsi. Tanto che, riporta l’Espresso, il ministro rilancia sospetti di dossieraggi contro la sua persona, già denunciati dopo che in una conversazione agli atti dell’inchiesta sul petrolio in Basilicata un consulente del ministero dello Sviluppo economico parlava di sue foto con “mafiosi” cutresi.

Ma i pm si mostrano interessati anche a persone di origine calabrese che lavorano nell’amministrazione comunale. Ed è il sindaco stesso ad accennare subito a Maria Sergio, moglie dell’attuale sindaco di Reggio Luca Vecchi, dirigente dell’Urbanistica, di cui si è parlato per l’acquisto della casa di famiglia da un personaggio poi coinvolto nell’inchiesta Aemilia. “Credo sia nata in Calabria, però non so in quale paese … credo che sia nata a Reggio Emilia e vissuta sempre a Reggio Emilia”, si corregge. “Nata a Cutro”, interviene Pennisi. Alla domanda se sappia di parentele della dirigente con imprenditori edili, Delrio risponde “non mi risulta”.

E l’incontro in Prefettura a Reggio Emilia con esponenti della comunità cutrese nel 2011, dopo le prime interdittive antimafia?  Delrio racconta di aver semplicemente raccolto i timori su una criminalizzazione dei calabresi e di averli accompagnati perché “avessero garanzie” su questo. È passato un anno, ma l’allora sindaco ricorda a fatica chi era con lui. Nomina con certezza solo Salvatore Scarpino, consigliere comunale Pd, Poi fa il nome di Antonio Olivo, altro consigliere Pd, e di Rocco Gualtieri del Pd. Ma sulla presenza della ‘ndrangheta il sindaco oggi ministro ammette che nella comunità calabrese “una collaborazione costante, diciamo così, di denuncia, non c’è”. E così scatta la nuova reprimenda di Pennisi: “Mi domando come il sindaco di Reggio Emilia possa rimanere insensibile dinnanzi agli esponenti di una comunità che non facciano riferimento anche ai cattivi della loro comunità”.