Non ci sono ruspe, e questo era noto. Ma non ci sono neanche operai né archeologi né ingegneri né direttori dei lavori a dare il via, in questa mattinata fatidica, al cantiere del gasdotto Tap nel Salento. “C’è il set, quello delle nostre campagne, ma le riprese del film non sono ancora iniziate” scherza Marco Potì, sindaco di Melendugno (Le), fermo nel ritenere “una farsa questa falsa partenza”. Dietro la calma apparente, però, c’è una partita a scacchi ad alta tensione sulla condotta che dovrebbe convogliare in Italia il gas azero: lettere della Regione Puglia ai ministeri, nuovi esposti alle Procure di Lecce e Roma, presso cui sono già aperti due fascicoli. E poi un vertice convocato dal Mise per il 19 maggio e già slittato di una settimana. Ci si guarda a distanza, attendendo l’uno le mosse dell’altro su quest’opera dichiarata “strategica” per l’Italia e l’Ue.

La posta in gioco è notevole: la decadenza dell’autorizzazione unica rilasciata alla multinazionale svizzera, il 20 maggio 2015, dall’allora ministro allo Sviluppo Economico Federica Guidi. È in quel passaporto che è contenuta la data limite oltre la quale non si può proprio andare per avviare i lavori: il 16 maggio, lunedì. È il diktat europeo che l’Italia ha dovuto recepire, visto che la proroga richiesta è già stata negata un anno fa dalla Commissione Ue, che ha ritenuto non ammissibili eventuali ritardi, in quanto l’infrastruttura deve entrare a regime entro il 31 dicembre 2020. La data del 13 maggio l’ha comunicata formalmente la stessa multinazionale agli enti, annunciando il via a due attività: bonifiche belliche e valutazione archeologica preventiva. Ma neanche per queste, stamattina, si è presentato nessuno. “Abbiamo proceduto alla consegna formale dei lavori alle imprese esecutrici. Le attività stanno iniziando con la gradualità che caratterizza la fase di avvio di tutti i cantieri”. Tap, oggi, dichiara solo questo, senza voler aggiungere altro.

“Forse, la società pensa di poter fare quello che vuole – ribatte Potì –. Noi segnaleremo agli inquirenti il mancato rispetto del termine del 16 maggio, entro il quale Tap avrebbe dovuto preparare le aree di cantiere a terra e scavare il pozzo di spinta del microtunnel. Questo stabiliscono i decreti che disciplinano la procedura di costruzione del gasdotto. Non ci si può avvalere di altre interpretazioni. La multinazionale disattende la scaletta da lei stessa proposta: vuole cominciare addirittura da una zona lontana quattro chilometri dal punto di approdo. E allora, può sì dire in qualunque modo di aver iniziato i lavori, ma nella realtà non lo ha fatto. A nostro avviso, a questo punto, decade l’autorizzazione unica”. Come dire, qualunque attività futura sarebbe da considerare abusiva.

“Si può partire da una recinzione, dalla posa di cartelli, dalla verifica dei territori. Tutto questo sta avvenendo”, replica il country manager di Tap Italia, Michele Mario Elia, rispondendo ai giornalisti sulle polemiche del sindaco di Melendugno. “La scadenza del 16 maggio è prevista nella autorizzazione unica che ci è stata data e non possiamo fallirla”. Oggi, ha proseguito, “è una data importante per noi, perché abbiamo consegnato i lavori in maniera formale alle imprese che man mano avviano i cantieri”.

Tutto il percorso si è inceppato sullo spostamento dei primi 231 ulivi sui 1.900 da espiantare e ricollocare. La Regione Puglia non ha dato ancora l’ok e, ad ogni modo, se anche lo facesse ora, bisognerà aspettare almeno ottobre per poter procedere, dovendo adeguarsi al periodo vegetativo delle piante. È la prescrizione più importante non ancora ottemperata. Ma, comunque, “non c’è nessun atto che ci impedisca l’avvio dei lavori”, ha rimarcato una settimana fa il nuovo country manager Michele Elia, ex ad Ferrovie dello Stato. Ecco perché Tap ha dovuto virare verso un incipit soft. Da qui il grande dubbio, che prima il 3 e poi il 10 maggio Barbara Valenzano, direttore del Dipartimento regionale Opere pubbliche ed Ecologia e già custode giudiziario dell’Ilva, ha messo per scritto nelle note inviate al Mise: “Si chiede di voler chiarire se la comunicazione connessa alle prescrizioni A30 e B6 sia sufficiente ad assolvere alla condizione prevista dall’art.5 del Decreto Mise n. 11179/2915”. Tradotto: bonifiche belliche e valutazione archeologica preventiva bastano perché sia considerato rispettato il termine del 16 maggio? E se così non è, l’opera è destinata a saltare? Giovedì prossimo queste domande approderanno a Roma. E si porteranno dietro altre questioni ancora aperte. Bari ha chiesto di rivedere l’applicazione della normativa antincendio sui terreni in passato percorsi dal fuoco, rimproverando al Ministero di aver “di fatto sposato la tesi di Tap”, quella per cui il vincolo di inedificabilità dei suoli non sarebbe applicabile. Poi, ci sono le compensazioni ambientali mai concordate e per le quali “corre l’obbligo di chiedere se vi sia una quanto mai opportuna riconsiderazione in tal senso”. Sempre che l’opera, a questo punto, continui a vivere.

Aggiornato dalla redazione web