Donald Trump è un uragano forza 5: stravince in Indiana fra i repubblicani, fa man bassa di delegati, manda al tappeto Ted Cruz, che getta la spugna, e ottiene finalmente l’appoggio del partito, che fin qui gli ha solo messo bastoni fra le ruote. Lui e Hillary Clinton sono sempre più soli in testa lanciati verso la nomination e la sfida per la Casa Bianca l’8 Novembre, anche se l’ex first lady a sorpresa perde per l’ennesima volta la sfida dell’America bianca con Bernie Sanders.

Le primarie dell’Indiana mettono decisamente la barra dell’Election Day sul match tra lo showman senza peli sulla lingua, inesperto di politica, ma ben capace di suscitare consensi, e la più navigata degli uomini politici, ex first lady, ex senatrice dello Stato di News York, ex segretario di Stato, ex candidata alla nomination nel 2008. Il prossimo presidente degli Stati Uniti sarà o per la prima volta una donna o per la prima volta una persona che non ha mai gestito prima un ufficio pubblico né affrontato un’elezione.

Cruz e il terzo aspirante alla nomination repubblicana, John Kasich, avevano trasformato l’Indiana nel banco di prova della loro coalizione anti-Trump: qui, il governatore dell’Ohio aveva rinunciato a fare campagna, lasciando strada al senatore del Texas, che godeva dell’appoggio del governatore Mike Pence e degli evangelici. Il risultato è stato un trionfo dello showman: il 53% dei voti e tutti i delegati, contro il 37% a Cruz e l’8% a Kasich.

Presidenziali Usa, Cruz abbandona la corsa alla nomination repubblicana

Cruz non ci pensa su troppo: sale sul palco con la moglie e tutta la famiglia, e pure con la sua vice Carly Fiorina, e lascia la corsa. Il senatore riconosce che “gli elettori hanno scelto un’altra strada” e annuncia ai suoi fan: “Sospendo la campagna, non la lotta per la libertà, la difesa della Costituzione, i valori cristiani”.

Alla vigilia del voto, c’era stato l’ennesimo scontro al calor bianco tra Trump e Cruz: lo showman aveva sostenuto che il padre del senatore, un esule cubano, era in qualche modo coinvolto nell’assassinio del presidente Kennedy, un’affermazione ripresa dall’inaffidabile National Enquirer e destituita di ogni fondamento. Ora, Trump rende a Cruz l’onore delle armi per la sua campagna e la decisione “coraggiosa”. Invece, il senatore, che lo aveva appena definito un “bugiardo seriale”, non cita lo showman nel discorso di resa.

Kasich, invece, che dei 17 aspiranti alla nomination dell’autunno scorso pareva uno dei più fragili, vuole resistere fino all’ultimo e dice: “Punto alla convention ‘aperta’”, dove, cioè, nessuno arrivi avendo la maggioranza assoluta dei delegati necessaria a garantirsi la nomination.

Ma la prospettiva appare flebile, davanti ai successi di Trump e al mutato atteggiamento del partito: il governatore potrebbe anche ripensarci, nelle prossime ore, visto che il presidente nazionale Reince Priebus riconosce in Trump il candidato ‘in pectore’ e lancia un appello “a unire il partito ed a concentrarci per sconfiggere Hillary Clinton”. Nelle scorse settimane, Trump e Priebus avevano spesso polemizzato vivacemente, specie sul meccanismo d’assegnazione dei delegati, “una truffa” per il magnate.

Fra i democratici, Sanders, che ha già ammesso di non potere più ottenere la nomination, tiene testa all’ex first lady e la batte sul filo di lana, 52 a 48%: il senatore ‘socialista’ smentisce i sondaggi e conferma la sua forza negli Stati dove l’elettorato bianco è prevalente. Ma Hillary, la cui campagna va registrata, fa comunque un passettino verso la maggioranza assoluta dei delegati, che è ormai certa di raggiungere.

Trump è però sulla cresta dell’onda come non mai e dice che “molto presto saremo nuovamente molto orgogliosi del nostro Paese”: il 56% dei potenziali elettori repubblicani si dichiara favorevole alla sua nomination e un sondaggio nazionale lo dà per la prima volta avanti nella sfida con Hillary, 41% contro 39% – a marzo, era sotto di 5 punti.