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Da Instagram alla vita vera: pensavo fosse una bomba e invece era un cesso di prima grandezza

UN DIVERTISSEMENT DI MICHELE MONINA - La bellezza reale ai tempi dei social? Una vera rarità (*Per non offendere la sensibilità di influencer e 'selfie dipendenti' la gallery contiene solo foto di star note per aver fatto del photoshop il loro migliore amico: nessun cesso è stato sfruttato per questa gallery)

Divertissement di Michele Monina
Da Instagram alla vita vera: pensavo fosse una bomba e invece era un cesso di prima grandezza

 

Sarà capitato anche a voi. Vedete in lontananza una tipa, o un tipo. Io sono un uomo, ve la racconto al femminile, mi capirete lo stesso. C’è questa tipa, bionda, che da lontano già attira la vostra attenzione. Una vera bomba, sembra. La parola sembra, lo svelo subito, in qualche modo spoilerando quanto sto scrivendo, non si trova qui per caso. La tipa bionda sembra un bomba. Per non spoilerare troppo, diciamo che è una bomba. Ci avviciniamo, e come in certe opere d’arte cui il tempo ha inferto ferite irrecuperabili, il quadro d’insieme comincia a apparire un po’ meno perfetto. Quando alla fine vi avvicinate, perché alla fine vi avvicinate, con o senza doppi fini, la tipa bionda, la presunta bomba, un po’ come La Regina D’Inverno si rivela un cesso di prima grandezza. Non qualcosa di passabile, proprio un cesso cesso. La Regina D’Inverno, appunto, che da lontano sembrava giovane e graziosa e nella realtà aveva centinaia d’anni, portati male.

Questo nel mondo reale, giocando su effetti ottici sempliciPensate nella rete. Anche in questo caso vi sarà capitato chissà quante volte. Siete su un social, che non a caso si chiama social. Vedete la foto di profilo che mostra un dettaglio. Usando sempre l’esempio femminile, per comodità, una scollatura, un primo piano che mostra dettagli più che piani americani. Vedete che le foto sono trattate coi filtri, ormai è uso comune applicarle a qualsiasi scatti: sono già lì nelle fotocamera dello smartphone, li usiamo e neanche ce ne accorgiamo. Proprio il fatto di usarli in continuazione ci spinge a guardare chi ne a fa altrettanto smodato uso senza troppo sospetto, perché noi facciamo parte dello stesso club.

Il punto è però che noi non riteniamo, mai, di dover far uso di detti filtri. Lo facciamo, ma siamo convinti, e non sta certo a noi dire il contrario, che verremmo benissimo anche al naturale. Così non sempre è per le tipe che vediamo sui social. I filtri, in alcuni casi, stan lì a fare il loro sporco dovere, fanno da filtro, appunto. Migliorano, ritoccano, mostrano sotto diversa luce, esattamente come fanno i fari sparati in faccia a Lilli Gruber, a Paola Ferrari o a Federica Panicucci in tv. Senza avere l’invadenza di un photoshop, così ci ripetiamo, come in un mantra, come per convincerci, esattamente come quando, da bambini, ci dicevamo da soli, sussurrando, che sotto il letto non c’era affatto il Baubau, che era tutto frutto delle nostre fantasie e di quel vizio di nostro fratello maggiore di inventarsi storie spaventosissime, insomma, senza l’invadenza di un photoshop i filtri ci danno una mano, un aiutino tipo quello dei quiz televisivi.

Così succede che, siccome gli amici di amici capita di conoscerli anche nel mondo reale, a volte quelle facce, quei dettagli, quelle scollature lì ci si manifestino davanti. A chi scrive, per dire, capita spessissimo. Ma siccome chi scrive, che poi sarei io, ha una memoria da pesce rosso, dotata di pochissimi kappa di capienza, spesso gli succede di non ricordarsi neanche di persone con cui ha passato serate, cene, pranzi, occasioni mondane, figuriamoci di facce, dettagli o scollature incrociate sui social. Così, laddove non sia possibile giocare la carta della vaghezza, quella forma di fiction per cui uno è in grado, per mestiere e esperienza, di portare avanti conversazioni senza avere neanche la più vaga idea di chi ha di fronte, a volte succede che tocca presentarsi in maniera tradizionale, dicendo nome e cognome. Ecco, è in quel momento, che in genere, succede il fattaccio. Abbiamo di fronte questa tipa, decisamente anonima, anzi, più tendente all’impresentabile che al carino, le stringiamo la mano dicendo il nostro nome e cognome, quando lei ci risponde, “Ma come, non mi riconosci? Sono Pinco Pallina, siamo diventati amici su Facebook”.

A quel punto, proprio quel mestiere e quell’esperienza nel gestire i rapporti interpersonali dovrebbe venirci in aiuto, offrirci la sponda per uscire da questa situazione cavandone le gambe, invece niente, rimaniamo lì senza parole. Non solo, rimaniamo senza parole e con la mascella scesa all’altezza dello sterno, manco ci fossimo calati ecstasy con la faccia di Donald Trump incisa su per tutto il fine settimana. Uno ci vede, e nel caso specifico l’uno a vederci è la tipa che abbiamo di fronte, Pinco Pallina nostra amica su Facebook, e subito capisce che la nostra espressione tradisce delusione mista a imbarazzo. Volendo, ma in questo caso ci vuole un minimo di conoscenza delle scienze umane, potrebbe cogliere anche una traccia di orrore, nel nostro sguardo. Sì, perché la tizia che abbiamo di fronte non assomiglia neanche vagamente alla tizia che abbiamo guardato su Facebook, di cui abbiamo accettato l’amicizia lì, tra le migliaia di richieste, proprio dopo aver visto quella faccia, quei dettagli, quella scollatura. È come in quelle fotografie fatte da certi giornalisti d’inchiesta che ci mostrano la differenza tra un Big Mac preso da un menu di McDonald’s e un Big Mac vero, preso a un Mc Donald’s. Neanche vagamente parenti.

Del resto funziona così, se uno abusa di filtri e di pose artefatte, poi la natura non fa sconti, e presenta conti salatissimi da pagare. Nello specifico il conto, però, lo paghiamo noi, al momento facendo una figura barbina, perché non siamo capaci di fingere la stessa velata ammirazione che abbiamo esternato nei nostri commenti su Facebook, e perché ci siamo soffermati anche troppo a guardare un po’ tutti i difetti che l’assenza dei filtri della fotocamera dello smartphone ha come evidenziato. Avete presente quelle scene dei film in cui il protagonista, di solito un tipo normale che si trova suo malgrado a vivere un’esperienza avventurosa nel mondo del crimine, viene introdotto al cospetto di un boss della mala? Uno famoso per la sua crudeltà, tipo che fa mangiare i suoi avversari ai maiali, non prima di averli torturati a lungo? Ecco, prima di introdurlo dal boss, subito dopo aver sottolineato la sua crudeltà e tutti i dettagli delle torture che è solito mettere in pratica, il tipo che porta il protagonista davanti al boss non manca mai di dire qualcosa come “Fai attenzione, però, il boss ha una cicatrice che gli attraversa la guancia sinistra, non fissarla che impazzisce di rabbia se si accorge che la stai fissando”. Chiaramente, il protagonista, tempo due minuti ed è lì a fissare la cicatrice, ficcandosi in una serie di pericoli da film, quello stiamo vedendo.

Lo stesso succede con la tipa: ci ripetiamo mentalmente di non fissare il naso decisamente troppo sviluppato, l’attaccatura dei capelli che la fa somigliare a Mimmo Locasciulli o quella forma di strabismo di Venere di cui soffriva anche Marty Feldman, o l’altezza decisamente molto sotto la media e, mentre ce lo ripetiamo, siamo lì a fissare tutti quei dettagli, mettendo la nostra interlocutrice in imbarazzo al punto da indurla alle lacrime. Diffidate quindi delle persone che vi si presentano sui social esibendo foto a profusione, spesso in posa e molto trattate coi filtri. Non promettono niente di buono. Meglio andare a parlare col boss del quartiere, quello con la cicatrice che gli traversa la guancia sinistra. Lì, al massimo, corriamo il rischio di finire in pasto ai maiali, e i maiali, almeno, non scoppiano a piangere all’improvviso se li fissiamo troppo a lungo.

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