La parrēsia è una virtù civile, trasparente, luminosa, modesta e priva di cerimonie, che purga gli ascessi della società civile: si tratta del diritto e del dovere attribuito al cittadino, e specie all’uomo pubblico, di dire tutto, di non frapporre filtri o deformazioni o censure fra ciò che pensa e ciò che dice: dire tutto, e quindi, dire la veritàQuesto non sempre è conveniente, anzi, impone rischi e quindi richiede coraggio. Rinunciare a incatenare, dunque a compiacere, a irretire, e dover esiliare il furbesco e il desiderabile, può mettere in pericolo il proprio guadagno, la propria adulata soddisfazione, il proprio consenso e la stabilità conquistata.

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Si tratta di una scelta che non è mai gratuita: esprimere la verità chiede sempre un costo, in amicizia, in soldi, in voti elettorali; si tratta però anche di una scelta da cui dipende la libertà. D’altra parte, in un mondo in cui le falsità sottili e accomodanti, di etichetta, di amor della pace, di ragion di stato, regnano sulla società democratica, anche chi tiene la catena è incatenato: tanto chi trama, insomma, quanto chi beve la menzogna è schiavo. Per dirla con Ione, protagonista dell’omonima tragedia di Euripide (vv. 585-588), chi, in quanto portatore di una certa tabe, come lui che ad Atene è straniero e bastardo, si rassegna a vivere “da poveruomo” contando “come uno zero” (v. 592), dunque a rinunciare al “parlare franco”, al “dire la verità”, tutto finisce lì; chi, invece, nelle medesime condizioni, non rinuncerà alla parrēsia, si procurerà “l’odio dei falliti”, di coloro, cioè, che pur essendo cittadini non hanno la capacità di fare qualcosa per la polis, né da soli né grazie ai loro mezzi: a costoro “i potenti danno fastidio” (v. 596); quell’individuo sarà considerato “ridicolo e folle” dalla “gente brava e capace” (v. 598), se non se ne stesse “quieto in una città terrificante” (v. 601); se quegli addirittura mirasse ad occupare cariche pubbliche, coloro che maneggiano la politica (Khromenon te tē polei, v. 602) e la ragione (logos) se ne sbarazzerebbero: i rappresentanti dell’autorità politica non sopportano la concorrenza e con lo strumento del voto cercano di condannare o di escludere chi fa loro ombra.     

Esemplare quello che definirei l’affaire Davigo, dal nome dell’attuale presidente dell’Anm, dunque, un magistrato, in quanto tale, nell’immaginario delle storytelling à la page, sorta di capitis deminutus, a cui la parrēsia sarebbe preclusa (E se finisci giudicato da un tipo così?” titola emblematicamente  un editoriale di Piero Sansonetti, il quale lascio ai lettori di stabilire la categoria di cittadini a cui appartenga, fra quelle enucleate dallo Ione euripideo), reo di avere affermato, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, che, per un verso, la corruzione è un reato seriale e diffusivo stante la  tendenza a ripeterlo e a coinvolgere altri, da parte di chi lo commette, e che, per l’altro, oggi, rispetto agli anni di Tangentopoli, il relativo fenomeno non si è attenuato, ma si continua a rubare, magari in modo meno organizzato che non allora, essendo ormai tutto “lasciato all’iniziativa individuale o a gruppi temporanei”, in “un mercato illegale, che tende ad autoregolamentarsi” e nel quale, “se l’autoregolamentazione non funziona più, allora interviene un soggetto esterno a regolar(lo): la criminalità organizzata”.

Forte la tentazione, da cui sono stato assalito, di dire il fatto loro alle tante oche, appena uscite dai sogni ambiziosi della notte, le quali sbattono sconciamente le ali impotenti e credono di mandare fino al cielo i loro clamori ridicoli, offrendo uno spettacolo miserevole di vacuità stupida, presuntuosa, tracotante e maligna, affaccendatesi immediatamente a mettere in circolazione subturpicula intorno all’imbarazzante caso. Me ne sono, però astenuto. E non perché mi faccia difetto il coraggio d’esercitare la virtù della parrēsia. Tutt’altro: sono note lippis et tonsoribus le mie battaglie contro quei moderni mulini a vento che sono gli “incapaci capaci di tutto”, d’ogni risma e colore, che vivono da grassi parassiti, disgustosamente incistati nei gangli dello Stato, dunque “non solo”, ma “anche” nella magistratura, il che mi avrebbe posto al riparo dai travisamenti di cui, ad opera di raffinatissimi estrattori di quintessenza, è stato fatto oggetto il ragionamento di Piercamillo Davigo, il quale, con buona pace di chi ha sostenuto che “il danno che il presidente dell’Anm ha creato alla giustizia italiana con questa intervista è grande. Perché finisce col minare la credibilità non tanto di un singolo giudice, ma di tutta l’istituzione”, non ha mai affermato che “tutti i politici rubano”

Molto più semplicemente ho taciuto perché non appartenendo alla schiera di coloro che immuni dalla logica possono sproloquiare a lor talento, bensì alla riserva degli uomini comuni, sui cui cervelli soltanto incombe l’onere di dimostrare, ho reputato non fosse intelligente interloquire in un infuocato dibattito, nel quale la retorica ha soppiantato la logica.