La musica è musica, la ascolti e se ti arriva ti arriva, altrimenti ciccia. Poi, è chiaro, puoi educare il gusto, puoi essere più o meno portato a capire e sentire certa musica, ma il concetto è quello, o ti arriva o non ti arriva. Punto. La musica di Zucchero arriva. Dritta. Senza troppi fronzoli.

E ti arriva da ormai trenta e passa anni. La senti e la riconosci, la cifra è chiara, la voce è quella, la scrittura pure, sembra, è quella. In realtà Zucchero è cresciuto con noi. Magari, a voler dar credito all’anagrafe, siamo noi a essere cresciuti con lui, ma poco cambia. La musica di Zucchero c’era quando eravamo ragazzini, e c’è anche adesso. Col tempo si è svuotata di fiati, si è inspessita di chitarre, dobro, pedal steel, ma è quella, la senti e la riconosci. È lui.

Trasgressione, irriverenza, profondità, pelle, emozioni. Queste cinque parole, se giocassimo a Taboo, non le potremmo usare per far capire il suo nome. Troppo scontate. Perché erano presenti nei suoi primi lavori e lo sono anche adesso. Oggi, in più, c’è una consapevolezza dettata dall’età: superati i sessanta c’è la volontà di parlare di certi argomenti, come l’accorciarsi della vita che abbiamo di fronte rispetto a quella che abbiamo vissuto. Non fosse lui quello che ama provocare con un senso dell’umorismo contadino e carnale, verrebbe da dire maturità.

Sì, lo Zucchero che esce dalle canzoni di Black cat, strano animale, il gatto nero, che porta sfiga da noi ma che invece porta fortuna nei paesi del blues, è uno Zucchero maturo, che guarda alla terra e al cielo, come spesso ha fatto anche in passato, e lo fa con un pizzico di malinconia che, complice la sua scrittura e complice il lavoro di produzione di tre giganti come Don Was, Brendan O’Brien, entrambi già in passato al suo fianco, e quel gigante di T Bone Burnett, rende le sue canzoni spesse, capaci di avvolgerci e scaldarci, di tenerci compagnia.

Don, quello pop d’autore, Brendan, quello rock, e T Bone, quello roots. Zucchero, tutte e tre le cose. E altro ancora. Soprattutto la contraddizione magica di cui si parlava nelle cinque parole sopra. Eccitazione e consolazione. Zucchero ha sempre avuto questa capacità di trovarsi a metà strada tra la battuta da bar, possibilmente un bar di provincia, in un dialetto che pare quasi inventato, e certi sguardi verso il mistico che solo chi sa stare coi piedi ben piantati per terra può permettersi, e più passa il tempo più sembra capace di rendere questi suoi canoni cristallizzati, un po’ emiliani e un po’ americani. L’America, da sempre amata dal nostro, è molto presente in questo lavoro, lo è in certi suoni che, a ben vedere, sono la sua cifra più recente, lontana dal rhytm and blues degli esordi, anche da certo funky caciarone, suoni che affondano le proprie radici più in Nashville che in Memphis o New Orleans, suoni vicini anche al country, volendo, sicuramente al tex mex. Ecco, se il suo nuovo lavoro ci regala un incontro davvero speciale (e ce ne regala parecchi, da Mark Knopfler alla national guitar, a Bono, che ha scritto il testo di Streets of Surrender, testo toccante ispirato dai fatti di Parigi dello scorso novembre), è quello tra Zucchero e T Bone Burnett che fa gridare quasi al miracolo.

I due si sono trovati con una naturalezza che spiazza, come se avessero sempre lavorato insieme. Quei suoni così roots, così sporchi di terra, così fatti di sudore e polvere si sposano con la voce del nostro e con la sua penna in una maniera che, forse, solo nel precedente lontanissimo incontro con Corrado Rustici, ai tempi della Randy Jackson Band trova un eguale. Non che ci siano cadute di qualità nella tracklist, e non che il lavoro degli altri due megaproduttori e di tutti quei musicisti da almanacco del rock non siano all’altezza delle tracce lavorate da T Bone, ma brani come Ten more days, Hey Lord, Love again o Voci si elevano dritti al cielo, lasciando a bocca aperta. Anche Ci si arrende, poi diventata Streets of surrender per la penna di Bono toglie la pelle, come le canzoni che puntano all’anima dovrebbero sempre fare, più nella versione italiana che in quella inglese.

Una canzone  che parla di un amore del passato non destinato a poter tornare, proprio perché il tempo passa e non lascia una seconda possibilità. Poi ci sono il rockettone chitarroso di Ti voglio sposare o l’honky tonky un po’ divertito di Partigiano reggiano, fuori dalle sterili polemiche del 25 aprile uno dei titoli più geniali comparsi recentemente, capace in due parole di mandare a casa anni e anni di Bella ciao suonate dai Modena City Ramblers, ma è nelle ballad che Zucchero da il meglio di sé, stavolta, perché sono sempre ballad in cui le vie più scontate sono evitate come la peste, in cui la ricerca di soluzioni terrigne è quasi un dovere morale, perseguito e ottenuto grazie a tutti coloro che hanno dato vita a questo disco (lasciatemi usare una parola vecchia, a suo modo concreta). Nomi come quelli già fatti dei produttori, ma anche di gente come Jim Keltner, Matt Chamberlain e Jay Bellrose alle batterie, tutta gente che ha un concetto artistico del tempo, non solo e meramente ritmico, e poi Jerry Douglas al dobro, Mike Piersante, il fonico di T Bone Burnett che del suono di quel produttore è decisamente cotitolare, Barry Bales al contrabbasso, Greg Leisz alla pedal steel, il nostro Davide Rossi agli archi, e tutti gli altri, Mark Knopfler alla national guitar in testa.

Zucchero è tornato, ed è in gran forma. In realtà Zucchero non se n’è mai andato, quindi non è tornato, ma, insomma, ci siamo capiti. In un momento come questo, in cui sembra che nessuno sia più intenzionato a investire in un progetto musicale, in cui ci si gioca tutto nei tre minuti di un singolo, pronti via, fa bene guardare alla carriera di un artista come lui, passato dal pop sanremese ai grandi successi internazionali, con una credibilità internazionale unica in Italia, come anche le collaborazioni eccellenti di questo nuovo album ci dimostrano, e come l’imminente tour mondiale, che oltre a toccare Europa, America del Nord e del Sud e Oceania toccherà per la prima volta anche il Giappone, dopo la partenza scoppiettante delle dieci date di fila all’Arena di Verona, dal 16 al 28 settembre, e alla doppietta londinese della Royal Albert Hall del 20 e 21 ottobre.

Perché la tenacia, questa la parola chiave della sua storia, a fianco della parola talento, paga. O così ci piace sperare.