Monza, Barletta, Ravenna, Brindisi, Viareggio, ripartite dalle categorie minori. Piacenza, Venezia e Parma (caso particolare) ora torneranno fra i professionisti. Ma anche Abanella Milano, Fiamignano, Alcamo. Nomi che non dicono nulla, come tanti altri della miriade di squadre di calcio che non esistono più. La crisi del pallone italiano non è soltanto la perdita del quarto posto in Champions League, le figuracce della nazionale, la discesa costante nei ranking Fifa e Uefa. La vera crisi è la scomparsa da un giorno all’altro di migliaia di formazioni, professionistiche e non, che prima giocavano e adesso non lo fanno più. Negli ultimi cinque anni in tutto il Paese ne sono andate perse 10mila. Svanite nel nulla, cancellate dalla recessione economica che alla fine ha colpito anche lo sport nazionale.

80MILA TESSERATI IN MENO – Il dato emerge dal Report calcio 2016, il censimento ufficiale redatto ogni anno dalla Figc. Il documento verrà pubblicato soltanto a maggio, ma dalle prime anticipazioni emerge un numero inequivocabile: nel 2015 sono state censite 61.435 squadre per 13.491 società; nel 2011 erano 71.689 per 14.653. Sono scomparse più di mille società, per un totale di 10mila rappresentative di ogni genere, dalle giovanili alla prima squadra, con una media di 2mila all’anno. Il risultato è che in Italia quasi 80mila persone in meno, dagli adulti ai pulcini, giocano a pallone a livello agonistico.

LEGA PRO IN ROSSO – È un fenomeno che ha due facce diverse. Quella del professionismo è facile da analizzare: nel 2011 la Lega Pro aveva ancora due divisioni, oggi dopo la riforma si è passati a quella unica, da 90 a 54 squadre con i mancati ripescaggi della scorsa estate. Il nuovo presidente Gabriele Gravina ha promesso di riportare il torneo a 60 (“lo dice lo statuto”), ma per il futuro non esclude un ulteriore taglio: “Sto facendo uno studio per capire quale sia la formula migliore, se a 60 o 40 club, presto avanzerò una proposta”. I fallimenti sono all’ordine del giorno: “Abbiamo un disavanzo fisiologico”, spiega a ilfattoquotidiano.it Gravina. “Perdiamo 60 milioni l’anno, circa 1,2 milioni a società. Le spese sono alte, i contributi non bastano, il paracadute per chi retrocede dalla Serie B è insufficiente. Serve una riforma con una visione di sistema, solo così si può affrontare il problema. Noi siamo l’anello più debole di una catena già smagliata: le sofferenze ci sono anche ai piani alti”. Basta vedere il caso del Parma, che pure per la sua particolarità (dopo la gestione controllata la nuova società si è subito reiscritta) non rientra nel computo delle scomparse.

L’EROSIONE DELLA BASE – Diversa la questione per lo sconfinato mondo del dilettantismo. Nelle grandi piazze quando muore una società quasi sempre ne rinasce un’altra. Il Viareggio è ripartito addirittura dalla terza categoria, il Brindisi dalla prima, Barletta, Sorrento, Varese e Nocerina dall’Eccellenza, Taranto, Triestina, Ravenna e tante altre dai Dilettanti. Ma in quelle città il calcio in qualche modo continua ad esistere. Non è così a livello più basso: migliaia di piccole formazioni di paesini o di quartiere scompaiono senza lasciare traccia o seguiti. Nel 2011 sul territorio c’erano 11.469 società dilettantistiche, oggi appena 10mila. Solo il Settore giovanile e scolastico è in crescita (+300), ma il dato non inganni: si tratta semplicemente di riconversione, tante società che non riescono a sostenere i costi della prima squadra ripiegano sull’attività giovanile. “È in atto un processo di erosione”, lancia l’allarme Massimo Ciaccolini, segretario generale della Lega Dilettanti (Lnd). “In tante Regioni la terza categoria non esiste più, non ci sono nuove affiliazioni. Dove è sopravvissuta, si è trasformata da provinciale a regionale”.

COLPA DELLA CRISI – Il problema, inutile girarci intorno, è economico: la recessione ha colpito anche il pallone: “All’inizio – prosegue Ciaccolini – avevamo tenuto, poi gli effetti si sono fatti sentire. Il mondo del dilettantismo si reggeva soprattutto sul volontariato, la passione dei piccoli imprenditori, il sostegno del pubblico. Oggi gli enti locali con tutti i tagli che hanno subito non pagano più le spese di gestione degli impianti, e con la crisi chi può permettersi di buttare 100 euro al mese a fondo perduto in un’attività sportiva?”. Per fare un campionato Dilettanti serve almeno mezzo milione di euro, ma lì è ancora possibile trovare qualche sponsor. La situazione paradossalmente si fa più difficile scendendo di livello: 200-300mila euro per Eccellenza o Promozione sono difficili da mettere insieme, anche decine di migliaia di euro per un torneo di Prima categoria (con entrate praticamente nulle) diventano un’utopia. E le squadre scompaiono.

“IMPOSSIBILE ANDARE AVANTI”– Una delle tante è il Fiamignano, paesino di 1.500 abitanti in provincia di Rieti, dove il calcio da quest’anno non esiste più. L’Asd locale, in attività dal ’93, ha chiuso i battenti la scorsa estate. “Eravamo una bella realtà, avevamo festeggiato anche il ventennale. Poi non ce l’abbiamo fatta più”, racconta l’ex presidente Ferdinando Calderini. “Eravamo rimasti in pochi e ci volevano troppi soldi. Con la crisi è venuto meno l’appoggio dell’amministrazione e dei pochi sponsor che avevamo, e abbiamo gettato la spugna”. Resta solo il rammarico e la speranza che qualcuno possa avere più fortuna: “Dispiace, perché adesso i ragazzi del nostro paese non possono più giocare a calcio”.

FUTURO NERO – Le cose vanno male, insomma, e il futuro purtroppo non promette nulla di buono. “Si parla di ripresa, speriamo sia così, ma per ora non ne abbiamo sentore: nel 2016 scenderemo sotto quota 10mila società”, rivela Ciaccolini. Il punto più basso da vent’anni a questa parte. E la situazione potrebbe ancora peggiorare: il taglio dei fondi Coni alla Figc non toccherà le grandi squadre, infatti, ma il movimento. “Ancora non sappiamo quali saranno gli effetti, le spese arbitrali potrebbero ricadere sulle società e aggravare i costi. Vedremo”. La Lega, insomma, non è ottimista: “Noi oltre a non toccare da 7 anni gli oneri di iscrizione e cercare di migliorare le condizioni di lavoro delle società, possiamo fare poco. Diecimila squadre in meno significa che oggi migliaia di ragazzi non hanno modo di giocare a pallone. Speriamo che la crisi finisca e la tendenza negativa si inverta: il serbatoio del nostro calcio si sta prosciugando”. E come in una piramide con la base sempre più stretta, anche il vertice ne risente.

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