Meno soldi pubblici al calcio: alla fine dopo una lunga battaglia hanno vinto gli sport minori. Uno “storico” Consiglio nazionale del Coni (come lo ha definito il presidente Giovanni Malagò) ha approvato la riforma dei criteri di distribuzione delle risorse alle Federazioni: dai nuovi parametri esce sconfitta la Figc, che a partire dal 2015 perderà una cifra fra i 20 e i 25 milioni di euro. E Carlo Tavecchio attacca: “Parlate pomposamente di algoritmi matematici, ma si tratta solo di una scelta politica. Abbiamo più giovani e tesserati di tutti, abbiamo sempre dato molto allo Stato. Ma in questo Paese chi produce reddito viene penalizzato”. Il mondo del pallone paga tanto, ma poteva andare anche peggio: dal documento uscito inizialmente dalla commissione, il taglio alla Figc avrebbe raggiunto quasi 40 milioni, l’80% del totale. C’è voluto l’intervento “doveroso e di buon senso” di Malagò per attutire il danno: è stato introdotto un tetto del 30% di incremento massimo per le federazioni olimpiche, e questo ha fatto sì che il conto presentato alla Figc si ridimensionasse.

Il provvedimento prevede una serie di parametri, che tengono conto dell’attività sul territorio ma soprattutto della preparazione olimpica (si parla rispettivamente del 18 e del 72%, percentuali che Tavecchio ha fortemente criticato). A beneficiarne dovrebbero essere in particolare atletica, pallavolo, basket, scherma. Ma il punto di partenza fondamentale è l’equiparazione del pallone alle altre discipline: viene infatti definitivamente superata la legge del 2005, che destinava al calcio il 18% di tutti i contributi statali del Coni. Una percentuale fissa decisa quando il Totocalcio era passato nelle mani dei Monopoli e il Comitato Olimpico aveva perso la sua autonomia finanziaria, e che assegnava alla Figc praticamente la metà delle risorse spettanti a tutte le federazioni. Proprio questa sproporzione aveva pian piano scatenato il malumore degli sport minori, sfociato nella riforma odierna. “Finalmente discutiamo di parametri che riguardano tutti, e non più tutti tranne uno”, esulta il presidente della Fidal (atletica leggera) Alfio Giomi, tra i principali promotori della riforma.

Tavecchio minaccia come extrema ratio l’ingresso diretto della Federcalcio nel mondo delle scommesse

Certo, il provvedimento non andrà ad incidere sulla Serie A e sui grandi del pallone (che prosperano grazie alle risorse private, in particolare ai diritti tv), quanto piuttosto sulla base del movimento: quei soldi servivano a finanziare prevalentemente i settori giovanili, i dilettanti, gli arbitri. “Il calcio sopravviverà ugualmente, l’unico risultato sarà quello di indebolire la federazione e penalizzare chi ha più bisogno di sostegno”, fa notare l’ex presidente Figc Giancarlo Abete. Per questo anche oggi Tavecchio ha chiesto di rivedere i criteri sulla preparazione sportiva, o almeno di avere più tempo per adeguarsi. Il numero uno della Federcalcio ha anche paventato la possibilità per la federazione di entrare in prima persona nel mondo delle scommesse, da cui derivano la maggior parte dei proventi statali. Ma si tratta di una extrema ratio, prima si continuerà a dialogare.

Per il momento, di sicuro c’è che il documento sancisce la frattura, forse irreparabile, fra il calcio (che l’ex presidente Coni e numero uno della Pallacanestro, Gianni Petrucci, definisce “arrogante e presuntuoso”) e gli altri sport. “Siete 75 contro uno”, sibila Tavecchio, che oggi tra l’altro debuttava in Consiglio nazionale. Il Comitato Olimpico non gli ha riservato proprio un caloroso benvenuto: neanche un applauso, e un taglio pesantissimo che rappresenterà una brutta gatta da pelare per il gran capo del pallone. Entro il 30 novembre la Federcalcio deve presentare il bilancio preventivo per l’anno venturo: non sarà facile riuscirci senza quelle risorse. Nel 2014, infatti, i fondi Coni costituivano circa il 40% dell’intero fatturato federale. Adesso la Figc perde altri 25 milioni (qualche spicciolo potrà essere recuperato nei prossimi mesi, la sostanza non cambia) e vede praticamente dimezzati i contributi pubblici nel giro di quattro anni: nel 2011 ammontavano a circa 80 milioni di euro, adesso precipitano a 40 milioni. Ma se i tagli precedenti erano frutto della crisi e della stretta decisa dal governo sullo sport, stavolta si tratta di una specifica scelta del Coni. La rivolta delle piccole federazioni è riuscita: il calcio dovrà scendere da quel piedistallo che ha sempre occupato all’interno dello sport italiano.

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