Ho scoperto che del referendum di domenica so davvero poco. Mi sono chiesto perché, nonostante se ne parli da settimane, io oggi non conosca il quesito alla perfezione né quali siano esattamente e nel dettaglio le ragioni del No e quali le ragioni del Sì. In compenso però ogni giorno scopro cosa farà questo o quel politico. Se si asterrà, se voterà a favore, contro. Ma nessuno spiega il perché. A scoprirmi ignorante stamani mi sono ricordato dell’ortodossia orwelliana di 1984: “L’Ortodossia consiste nel non pensare, nel non aver bisogno di pensare. L’Ortodossia è inconsapevolezza”, scrisse George Orwell. Non è una bella sensazione: la classe dirigente del Paese sta chiedendo ai cittadini di obbedire senza fornire informazioni adeguate su contenuti e conseguenze delle scelte.

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È uno dei risultati del “populismo dall’alto” descritto da Marco Revelli nel suo libro Dentro e contro. Populismo incarnato alla perfezione da Matteo Renzi, che se ne dimostra ancora una volta Re indiscusso. Del resto lui ha trasformato il voto di domenica 17 sulle trivelle in un conflitto tra tifoserie pro o contro il premier. È il tentativo (populistico) di strumentalizzare i cittadini, considerandoli divisi in greggi e confidando che sia più numeroso quello che scatta sull’attenti e obbedisce senza riflettere agli “ordini” scanditi dal gran Capo. Non è più ormai una questione di rispetto della Costituzione – che imporrebbe ai rappresentati dello Stato di tutelare e agevolare ogni forma di espressione di democrazia – ma piuttosto di rispetto dell’intelligenza (e autonomia) di ciascuno. Davvero crede il premier che siano così numerosi i “sudditi” obbedienti rispetto a quanti decidono autonomamente informandosi? No. Altrimenti non tenterebbe di boicottarne l’informazione. La Rai di Palazzo Chigi, non è un caso, ha silenziato l’argomento. Nei tg complessivamente se ne è parlato per 13 minuti appena. Mentre le poche trasmissioni di viale Mazzini che hanno sfiorato l’argomento (come Agorà) hanno creato solo confusione, fornendo dati sbagliati e spesso falsi come che si vota solo in alcune Regioni. La carta stampata non è stata da meno. Persino alcuni siti internet, solitamente più obiettivi e completi, si sono schierati nel pro e contro Renzi senza fornire ai lettori una completa e approfondita guida al referendum.

Per quel che vale io andrei a votare, perché lo ritengo un diritto (tra i pochi ancora rimasti) oltreché un dovere. E cosa voterei? Mi sono informato. Intanto è un referendum abrogativo promosso da 9 Regioni ed è la prima volta che accade. Il quesito recita: “Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c’è ancora gas o petrolio?”. Il merito: sono materia di referendum esclusivamente le trivellazioni già in atto entro le 12 miglia dalla costa.

Ma su cosa interviene il referendum? Quale legge – o parte di legge – vuole abrogare? Il riferimento è al cosiddetto “codice dell’ambiente”, cioè il decreto legislativo 152 del 2006. In particolare il comma 17 dell’articolo 6 che stabilisce come “ai fini di tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, all’interno del perimetro delle aree marine e costiere a qualsiasi titolo protette per scopi di tutela ambientale, in virtù di leggi nazionali, regionali o in attuazione di atti e convenzioni internazionali sono vietate le attività di ricerca, di prospezione nonché di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare”. Insomma: considerato il territorio italiano, che ha nel mare la sua principale ricchezza (turistica in particolar modo), sembra una norma piuttosto sensata. Il referendum di domenica 17 propone di abrogare di questo articolo una frase. Questa: “I titoli abilitativi già rilasciati sono fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”. Quindi: fin quando ci sarà gas o petrolio si potrà trivellare e cercare di estrarlo ovunque, anche nelle 12 miglia, a prescindere dal termine della concessione. O meglio: viene rilasciata una concessione a vita e mani libere. Questo dicono i sostenitori del Sì. Mentre chi è propenso al No ricorda che si parla di giacimenti già esistenti. Vero, ma un conto è l’esistenza di un giacimento, un conto è poter tentare di sfruttarlo e avere mani libere per farlo.

Il sito del Fatto ha riportato correttamente tutti i fronti, quindi su questo sito si trovano facilmente le diverse posizioni. Ma basta rivolgersi a mister Google. Evitando le dichiarazioni dei politici e cercando di raggiungere una consapevolezza. Anche solo per non svegliarsi lunedì mattina scoprendosi nell’ortodossia orwelliana e circondati di trivelle.