Un giovanotto frustrato che massacra di botte un tizio col portafogli pieno di soldi, che oltretutto gli aveva appena offerto da bere. Un tipo che i compagni di classe li prende a spintoni, ogni volta che gli chiedono come mai vive con sua zia. Uno che quando aveva pochi mesi, la notte, veniva molato in culla dalla mamma, ansiosa e vogliosa di uscire come da ragazza, mentre il marito, marinaio, è in guerra sulla sua nave. Grida e singulti che vent’anni dopo diventeranno “Yeah Yeah!” e “All right!” incisi sui dischi più venduti del mondo. Uno così, come John Lennon, nel modo in cui il cantante si racconta alla sua vicina di casa psicanalista, nella prima tavola di Lennon, la biographic che esce oggi in libreria per Edizioni BD, per la penna e la matita dei francesi David Foenkinos, Eric Corbeyran e Horne.

Il Dakota è il palazzone che affaccia sul Central Park, a Manhattan, New York. Lì vive Lennon dal 1973. Lì sotto, all’ingresso, morirà per i colpi di pistola di Mark David Chapman, un fan, soprattutto uno squilibrato, l’8 dicembre 1980. “Per avere uno studio qui dev’essere davvero brava”, riflette John pensando alla sua psy, “il Dakota non è un semplice palazzo, è un covo di ricconi”. E poi: “Da quindici anni tutti mi osservano bizzarramente. Essere me significa non avere mai nessuno di normale di fronte”.

Foenkinos, che scrive il soggetto, immagina che le sedute di Lennon si svolgano mentre Yoko Ono è incinta. “Mi spaventa un po’ la felicità che arriverà”, racconta il Lennon fumettistico, “Finora ho conosciuto solo la paura”. Sean Lennon nasce il 9 ottobre 1975, nel compleanno di papà. È lì che John srotola il nastro dei ricordi: la notte in cui viene al mondo, mentre la Luftwaffe bombarda pesantemente il porto di Liverpool; la “noia degli anni ‘50” e un’infanzia molto solitaria, trascorsa a leggere Lewis Carroll; papà Alfred che lo passa a prendere per una vacanza, mamma Julia che se lo riprende via, e di nuovo zia Mimi che l’allontana da lei, che “non disse niente”. E poi il ritorno da Julia, la scoperta di Elvis Presley, il primo gruppetto, The Quarry Men, fondato “nei cessi del liceo”, e Paul McCartney che gli si presenta alla fine di un concerto: “Sembrava un pulcino bagnato”.

“Volevamo fare soldi ed essere circondati da tipe. Non avevamo voglia di avere una vita di merda”, dice Lennon nel fumetto. Arrivano gli show ad Amburgo e quelli al Cavern, l’incontro con Brian Epstein e la cacciata di Pete Best, che non piaceva al produttore. “Nessuno ha osato dirgli niente in faccia. Mi vergogno di questo”, commenta Lennon, che è un pezzo di ghiaccio quando la sua Cynthia mette al mondo Julian, e intanto scopre il successo mondiale, le groupies, lo stress dei tour, l’appiattirsi della sua immagine. I Fab Four, schiacciati dalla fama, diventano quattro playmobil nel disegno sciolto e iperrealistico di Horne, 38enne di Saint-Jean-Albert, a un passo dai Pirenei.

Nella sua mano Lennon è una massaia in collana e minigonna, papà-mammo solerte, mentre Yoko passa il giorno a lavorare. E la giapponese, sui giornali, diventa una mistress che prende a frustate il beatle, ritratto proprio come uno scarafaggio. Il libro è molto efficace nel raccontare la metamorfosi di Lennon, che decide di portare gli occhiali sul set spagnolo del film pacifista Come ho vinto la guerra (How I Won the War). “Ho pensato che ero un vero coglione a passare tutti quegli anni nella nebbia, solo perché non mi sembrava abbastanza rock”, dice il cantante nelle nuvolette. Ma quando Lennon scopre se stesso, l’amore e la felicità, è già troppo tardi. Chapman l’aspetta all’ingresso del Dakota, per fulminarlo. Le ultime tavole raccontano il processo del venticinquenne. L’ultima, favolosa, non ve la raccontiamo. Ma Lennon è un lavoro eccellente, compatto, elegante: 160 pagine che si leggono d’un fiato. Vibranti come You’ve Got To Hide Your Love Away, amare come A Day In The Life, veloci come la coda di Ticket To Ride.