Ferve la discussione intorno alle rivelazioni che sono di recente provenute da parte di settori degli organi repressivi egiziani e che dimostrerebbero l’esattezza di quanto varie persone, fra le quali il sottoscritto, vanno affermando da tempo: Giulio Regeni è caduto eroicamente, torturato dagli sgherri di Sisi, perché si rifiutava di dare i nomi dei suoi contatti nell’ambito dei sindacati egiziani, principale oggetto della repressione del Pinochet delle Piramidi. Le rivelazioni sono opera di settori degli apparati di sicurezza e non è dato al momento accertarne le motivazioni profonde. Potrebbe trattarsi di una lotta di potere all’interno dello Stato egiziano o anche dell’opera di funzionari stanchi di svolgere il ruolo dei boia e dei torturatori. Sappiamo del resto che nell’ambito della rivoluzione egiziana dei primi mesi del 2011 si verificarono vari episodi di rivolta nelle Forze armate e nella stessa Polizia ed è possibile che cellule democratiche continuino ad esistere al loro interno.

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Quello che è certo è che la versione sostenuta da queste “talpe” appare verosimile, al contrario degli osceni pastrocchi e tentativi di depistaggio partoriti uno dopo l’altro dal regime di Sisi. E’ anche certo che la soppressione, mediante tortura, del nostro valoroso concittadino è avvenuta con la piena consapevolezza, se non direttamente su decisione, dei vertici dello Stato egiziano. Si tratta infatti di un episodio, fra centinaia di altri, di sparizione seguita da soppressione mediante tortura. Prassi abituale degli organi governativi egiziani. Compreso per l’appunto il loro vertice, il generale al Sisi, unitamente al ministro degli Interni e ad altri turpi personaggi oggi più che mai saldamente in sella al potere cairota nel momento in cui, per effetto della travolgente crisi economica e dell’allineamento sempre più subalterno all’Arabia Saudita, tale potere non ha altra opzione che quella della repressione più sfrenata e criminale.

Che fare, ora che sono più che mai sotto gli occhi di tutti le responsabilità di quello che l’improvvido e dilettantesco Renzi ebbe a definire “un grande statista amico dell’Italia”? Che farà Gentiloni, il quale pochi giorni fa aveva preannunciato un “cambio di passo” di fronte all’evidente (e molto comprensibile stando così le cose) rifiuto egiziano di collaborare in modo effettivo e non finto alle indagini e alla ricerca della verità? E’ purtroppo fondata la sfiducia che questo governo faccia qualcosa di serio in relazione a questo gravissimo episodio, che non ha solo stroncato una giovane vita ma costituisce un insulto senza precedenti al nostro Paese e al nostro popolo. Un popolo in cui si annidano molti codardi e servi per vocazione, che con i suoi giornalisti giunge a celebrare mafiosi e dare servile ascolto a dittatori, ma che è formato anche da persone coerenti e valorose come Giulio Regeni, che avrebbe diritto a un governo che ne tuteli in modo efficace la memoria e sappia raggiungere la verità e punire i criminali.

Un governo degno di Giulio Regeni non esiterebbe un momento prima di adire l’unico organo in grado di stabilire la verità su questo caso, stante l’assoluta inaffidabilità di quelli egiziani e l’impossibilità di quelli italiani di operare sul campo. La giurisdizione della Corte penale internazionale è fuori discussione in un caso del genere. Siamo infatti di fronte a un crimine contro l’umanità, commesso, ai sensi dell’art. 7, comma 1 dello Statuto, ” nell’ambito di un esteso o sistematico attacco contro popolazioni civili, e con la consapevolezza dell’attacco”. Come qualificare altrimenti le centinaia di sparizioni e di morti sotto tortura che si verificano ogni anno in Egitto da quando Sisi è al potere? Siamo d’altronde con ogni evidenza in presenza di un’impossibilità o non volontà di agire da parte delle giurisdizioni competenti, per i motivi appena detti. L’Egitto non è parte dello Statuto della Corte, ma ne è parte l’Italia, Stato cui appartiene la vittima. Che si aspetta quindi a mettere in moto il meccanismo previsto dall’art. 14 dello Statuto, segnalando al Procuratore presso la Corte la “situazione nella quale uno o più crimini di competenza della Corte appaiono essere stati commessi, richiedendo al Procuratore di effettuare indagini su questa situazione al fine di determinare se una o più persone particolari debbano essere accusate di tali crimini”?