Chi ha avuto il tempo e la voglia di seguire negli anni gli interventi di Boeri in materia di pensioni, sin dai tempi nei quali, da membro de LaVoce.it, poneva le basi per l’arrivo alla presidenza dell’Inps, fino agli ultimi interventi di questi ultimi giorni, avrà potuto rilevare cambiamenti sostanziali nelle motivazioni che ha voluto dare di volta in volta alle proposte di riduzione delle pensioni più alte a beneficio del finanziamento di progetti di varia e cangiante natura e non sempre chiarissimi.

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Esordì nell’ormai lontano maggio del 2013, ai tempi del ministro Giovannini, con un articolo “Non per cassa ma per equità” – scritto a quattro mani con l’attuale consigliere economico di Renzi, Tommaso Nannicini – nel quale, mescolando criteri di riequilibrio dei rendimenti previdenziali con prelievi di natura fiscale ma selettivamente mirati ai soli pensionati, sosteneva l’idea di Giovannini di un prelievo basato esclusivamente sull’ammontare dell’assegno pensionistico, delineando fantasiosi sistemi per “divinare” chi avesse ricevuto benefici dal sistema di calcolo e prevedendo la destinazione delle risorse rastrellate per la erogazione di sussidi.

Gli stessi concetti ribadì in due successivi articoli dell’agosto 2013 “Pensioni: la trasparenza d’oro” e del Settembre del 2013 “Quanto può restituire il pensionato d’oro?” – sempre scritti a quattro mani con Nannicini – però introducendo meritoriamente per la prima volta l’idea di legare in qualche modo i prelievi alla evidenza di benefici ricevuti dal sistema di calcolo contributivo.

Quest’ultimo concetto fu ulteriormente ampliato in un articolo – ancora con Nannicini – del novembre 2013 “Pensioni d’oro: il diavolo sta nei dettagli” nel quale il criterio della valutazione dei contributi sembrava prendere piede definitivamente e anzi veniva stigmatizzato anche duramente “… chi ripropone il contributo delle pensioni come uno strumento per far cassa…” e anche il “… Governo che spara nel mucchio con gli strumenti della deindicizzazione e del contributo di solidarietà sulle pensioni d’oro”.

Al netto della salvaguardia dal ricalcolo delle pensioni medie, che sono quelle maggiormente beneficiate dal sistema retributivo e per le quali qualche ritocco seppur contenuto, in termini di equità previdenziale sarebbe comunque doveroso, la posizione di Boeri sembrava sposare criteri puramente previdenziali e soprattutto sembrava anni luce lontano da penalizzazioni basate sulla sola “quantità” della pensione.

E infatti, nel gennaio del 2014, nell’articolo “Pensioni: l’equità possibile” – questa volta scritto insieme a Patriarca Sr .e Jr. – intraprendeva senza tentennamenti la via del ricalcolo contributivo, stavolta includendo nella proposta di aggiustamento anche le pensioni medie. Il percorso sembrava compiuto: da una visione più assistenziale a una segnatamente più previdenziale.

Ma appena giunto alla fine del percorso – sia esso condivisibile o meno – Boeri, con un’inversione a U nel pieno del traffico, iniziò a ripercorrerlo all’inverso; infatti già nel documento consegnato al governo nel giugno 2015 e pubblicato sul sito dell’Inps nel novembre, riprendendo il titolo dell’articolo del Maggio 2013, all’articolo 12 di quello che voleva porsi come bozza di una vera e propria legge, Boeri dava per defunto e seppellito il (meritorio) calcolo contributivo e proponeva la farraginosa rideterminazione delle pensioni superiori a 7 volte il minimo in virtù di calcoli attuariali basati sulla combinazione di età del pensionamento, anno dello stesso ed età richiesta per la pensione di vecchiaia in vigore alla data del pensionamento. Il sistema proposto aveva il gravissimo difetto – segnalato da molti – di penalizzare, con un calcolo attuariale rigido e uniforme, trattamenti pensionistici disparati, finendo per penalizzare soprattutto i maggiori contributori durante l’età lavorativa. Non per cassa, forse, ma certo neppure per equità.

Ma ancora non bastava e infatti tre giorni fa, durante un convegno, Boeri è tornato a sposare i contributi di solidarietà che aveva aspramente criticato nel novembre 2013, dichiarandoli necessari per alimentare interventi per i giovani e per la flessibilità in uscita. Si chiude il cerchio e si torna all’origine. 

Il percorso circolare lascia sconcertati perché evidenzia continui cambiamenti di direzione ma soprattutto perché sembra sottintendere la mancanza di una visione precisa di ciò che si intende per previdenza, lasciando ritenere che in realtà e a dispetto delle affermazioni, lo scopo sia quello di fare cassa a prescindere su una platea precisa e circoscritta di pensionati per destinarne i proventi a scopi più o meno nobili.

Ci saranno anche motivi tecnici alla base dei ripensamenti di Boeri – sembra che l’Inps colpevolmente non disponga dei dati contributivi necessari – ma ciò non può giustificare il ritorno a criteri palesemente sbilanciati e per giunta precedentemente dichiarati “uno strumento per far cassa”. Di fronte all’impossibile bisogna fermarsi e non tornare a proporre sistemi qualsivoglia purché portino a prelievi.

L’abbandono di sani criteri previdenziali quale era il ricalcolo toglie ogni veste di equità appunto previdenziale alle ultime proposte di Boeri e rende interamente fiscale la natura dell’intervento, ma dal presidente dell’Inps ci si aspetterebbe che tenesse dritta la barra sul percorso previdenziale e non ponderasse su misure redistributive che – anche per costituzione – sono materia fiscale e di pertinenza di Governo e Parlamento e devono essere – sempre per costituzione – rigidamente legate all’entità dei redditi e non alla loro natura; esattamente il contrario di contributi di solidarietà e deindicizzazione, avulsi dalle situazioni contributive.